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Scritto da Francesco Dominoni   
A Budapest e Vienna si discute della Sicilia dell'arte e della cultura. Enzo Farinella terrà la sua conferenza anche presso il locale Istituto Italiano di Cultura.
A Budapest e Vienna si discute della Sicilia dell'arte e della cultura. Enzo Farinella terrà la sua conferenza anche presso il locale Istituto Italiano di Cultura.
Il 2010 è l'Anno Internazionale della Cultura, patrocinato dalle Nazioni Unite, sotto l'egida dell'UNESCO
. Forse non esiste altra isola al mondo che presenta un tale retaggio di culture e leggende come la Sicilia, che, sotto l'Imperatore Federico II, raggiunse l'apice della sua fama. Oggi ancora la Trinacria ha tanto da dire con i suoi templi greci, i suoi teatri greci e romani, i suoi mosaici bizantini, le sue cattedrali normanne, i suoi castelli feudali, il suo barocco lineare, la sua musica operistica, che in Vincenzo Bellini trova una delle più alte espressioni del "Bel canto", i suoi autori letterari che si pongono al centro dell'attenzione mondiale, il suo vino superiore, capace di far "gustare" il sapore e la storia dell'isola, la sua affascinante bellezza naturale...
Di tutto questo, mell'anno della Cultura, Enzo Farinella parlerà a Budapest e Vienna, presentando "La Sicilia e il suo glorioso passato" nella capitale ungherese e "La ricchezza della cultura siciliana attraverso i secoli" in quella austriaca, il 18 e 19 maggio p.v. rispettivamente.
La politica di conoscenza e promozione della cultura siciliana, rivolta a presentare il volto più bello e più rappresentativo della Sicilia, attraverso il suo straordinario patrimonio, che costituisce punto di riferimento della cultura universale, è alla base di questa iniziativa.
Enzo Farinella, che in passato ha parlato in varie università americane ed europee, portando ovunque un messagio di cultura, basata sulla comprensione e rispetto reciproci, a Budapest si intratterrà con un pubblico, amante dell'Italia, presso l'Istituto Italiano di Cultura, guidato dal Prof. Salvatore Ettorre. E' questo uno dei monumenti più importanti della capitale ungherese pèerchè ha ospitato il Primo Parlamento Magiaro dal 1865 al 1902.
A Vienna, Enzo Farinella terrà la sua conferenza anche presso il locale Istituto Italiano di Cultura, di cui ne è Direttore il Prof. Dante Marianacci, noto a Dublino per il suo lavoro svolto presso l'omonimo Istituto della capitale irlandese e ben più noto nel Centro Europa per la sua attività di coordinatore culturale per le varie nazioni danubiane.

La bella Budapest e la triste storia dell’Ungheria

 

Strade e ponti imbandierati in rosso, bianco  e verde, tanto simile al tricolre italiano, gente in festa che inneggia a Orban - il leader conservatore -, opposto allo schieramento degli ex comunisti e ora al potere, strade affollate nel centro storico di Budapest, con evidente presenza delle forze dell’ordine: tutto sembra riportare alla rivoluzione del 1848. E’ il 15 marzo quando la popolazione ungherese rievova  la riconquistata libertà contro gli Asburgo. Sfortunatamente un anno dopo, una coalizione Asburgo-russa sconfisse le forze locali e così l’Austria tornò a dominare in Ungheria, la cui capitale è una delle più romantiche e più belle città d’Europa.

Mary Harney Ministro della sanita' Irlandese con Enzo Farinella per discutere di Cultura
Mary Harney Ministro della sanita' Irlandese con Enzo Farinella per discutere di Cultura
Solcata dal Danubio, sulle cui acque si specchiano il Parlamento, il Palazzo Reale e tanti altri edifici storici, Budapest è una città quanto mai affascinante. Occupata durante la storia da tartari, turchi, da Sacro Romano Impero e più tardi da austriaci, tedeschi e russi, semidistrutta durante la Seconda Guerra Mondiale, bersagliata dai cannoni russi nel 1956, ha sempre mantenuto un suo fascino intimo che coinvolge chi la visita.

Conta due milioni di abitanti, divisi tra Buda e Pest, unite dai tanti ponti di un Danubio le cui acque scorrono tranquille, attraversando non solo la città ma gran parte dell’Europa centrale, Buda, con il suo castello è adagiata sulle colline, mentre Pest si estende sulla pianura sottostante. Il Re Matthias Corvinus, sposo di Beatrice d’Aragona, figlia del Re delle due Sicilie, grande ammiratore della cultura italiana e mecenate delle arti – anche Leonardo fu sotto il suo patrocinio - rese famosa Buda dal 1458 al 1485, tanto che umanisti italiani ebbero a dire: Firenze è la più bella città in pianura, Venezia sul mare, ma Buda è la più bella sulle colline. Cinque strade, che si snodano nel distretto del Castello e una volta popolate da tedeschi, ungheresi, italiani, ebrei e, più tardi, turchi, formano la Buda medioevale, meta preferita, oggi, dei turisti.  Abitare in questo distretto è un prestigio che non è facile quantificare in termini economici.  Oltre al castello-Palazzo Reale, sede del Museo, quì si erge l’imponente e meravigliosa Chiesa neo-gotica di Matthias, dedicata a Nostra Signora, nota come la Chiesa dell’Incoronazione – Francesco Giuseppe vi venne coronato con la Sacra Corona d’Ungheria, come si è potuto vedere nella recente telenovela di RAI 1, “Sissi” -. Accanto c’è il Bastione dei Pescatori, con una splendida veduta su tutta Budapest. Questo distretto insieme alle panchine del Danubio, fanno parte del Patrimonio Culturale Mondiale delle Nazioni Unite.

Nell’ottavo distretto di questa capitale, in Bródy Sándor utca 8, si trova un pezzo d’Italia, l’Istituto Italiano di Cultura, diretto dal dinamico Salvatore Ettorre. Questo edificio, un monumento fondamentale della storia politica di questo paese, progettato da Miklós Ybl - una delle figure più rappresentative dell’architettura ungherese, che costruì tra altri  l’Opera, la Basilica di Santo Stefano, l’Università di Economia e il bazar della Fortezza - conserva ancora uno scanno dove sedevano i deputati di quello che fu il primo Parlamento ungherese (1865 – 1902), prima che si trasferisse nella sede definitiva in riva al Danubio. L’Italia lo acquistò nel 1943.

Il turista, in giro per Budapest, non potrà omettere una passeggiata nell’isola di Margaret, formata dal Danubio, circa un kmq di parco con viali romantici, fiancheggiati da alberi, prati verdi, impianti sportivi, piscine, bar, ristoranti... Fu qui che S. Margaret, figlia di Belia IV (1235-70), passò la sua breve vita.

Budapest è famosa anche per le sue terapeutiche acque termali, 40 spa, sparsi in tutta la città, dove, da secoli, ci si può rilassare, ritemprandosi dallo stress di una vita frenetica. I celti apprezzarono la bontà di queste acque e poi i romani le hanno saputo sfruttare. Esse formano oggi i bagni di Tabàn e Vìzivàros o quelli aristocratici dell’hotel Gellért, che glorificano il veneziano Gerardus, divenuto il precettore del Principe Imre, figlio di Re Stefano, agli inizi del secondo millennio. Una visita al bagno turco del Pascià Mustafà - aperto per uomini dal mercoledì al lunedì e per le donne, il martedì, mentre dalle 22.00 alle 04.00 è accessibile a tutti gli adulti -, all’estremità del Ponte Elisabetta, è un’esperienza da non perdere.

Una pianta quadrata con quattro alcove mozarabiche agli angoli racchiude un ottagono ad archi acuti, che sorreggono una cupola stellata dalle luci rosa, bianche, blu, gialle, arancione, sotto la quale si gode l’acqua a 36°, protetti solo da un mini grembiule, “alla turca”, come vi dirà l’assistente alle cabine. La vasca centrale è contornata  da altre quattro con temperatura dai 28°, ai 32°, 34° e 42°. Si esce dalla steam room o dalla sauna con temperature a 70° e ci si immerge prima nella vasca gelida a 2°, sita in un abitacolo a parte, e poi via via inizia la processione tra le altre quattro, protetti quasi dalle conchiglie mozarabiche che le adornano, per ristorarsi infine in quella centrale. Questo rito viene ripetuto più volte durante il soggiorno nel bagno turco, finchè non si viene chiamati per un massaggio che ridà nuove energie al corpo che ha assorbito sali e altre elementi benefici dalle varie acque sulfurue.

A Budapest il turista può dare sfogo ai propri occhi, sognare, seguendo le onde calme del Danubio, ammirare negozi eleganti in Vaci Utca, mangiare al lume di candela in ristoranti di diverse categorie, gustare il gulash o semplicemente una palancsinta, prendere un caffè o una bibita al centro o in periferia, divertirsi nei vari night-clubs che popolano le strade storiche e, soprattutto, incontrare persone cordiali e affettuose. Fuori in provincia, in città come Sopron,  Szombathely – Sabaria per i romani, il luogo dove è nato S. Martino -, o in piccoli paesi, quali Sarvar o Buk, famosi per i loro bagni termali, o Kòszeg quasi al confine con l’Austria, o intorno al grande Lago Balaton, si trova sempre un’umanità calda e una terra simile alla nostra, anche se il territorio, per gran parte una vasta pianura, ha sue caratteristiche tipiche. L’umanità comunque dei “magiari”, dal secolo VIII A.D., quando si sono insediati qui, ad oggi, testimonia un’aristocratica personalità, che pur avendo sofferto tanto attraverso la storia, non ha mai perduto la sua dignità essenziale che nobilita questa popolazione, ben diversa, per lingua e costumi, dalle altre del centro Europa.

L’Ungheria, l’ex Provincia Romana della Pannonia – superficie: kmq 93.093 e popolazione: 11 milioni -, oggi di nuovo una Repubblica parlamentare, uscì sconfitta dalla Prima Guerra Mondiale. Il Trattato di pace di Versailles del 1920 la privò di circa due terzi del territorio, prima più grande dell’Italia, lasciandola economicamente stremata e in balia della nascente Germania nazista e dell’Unione Sovietica. Nel nuovo ordine deciso dalle due dittature totalitarie non ci fu posto per un’Ungheria indipendente.

All’inizio della Seconda Guerra Mondiale, l’Ungheria libera e con un proprio Parlamento, fece sforzi enormi per  non cadere nell grinfie di Hitler. Ma il 18 marzo 1944, questi invitò il Premier ungherese Miklos Horthy in Germania e, profittando della sua assenza, il giorno dopo ne ordinò la premeditata occupazione. Per cinque mesi gli ungheresi furono sotto il Terzo Reich, durante il quale ben 437,402 ebrei ungheresi, vennero imbarcati verso i campi di sterminio di Auschwitz e la maggior parte non fece mai ritorno.

Nel frattempo, il 27 agosto 1944, le truppe sovietiche attraversavano il confine e la nazione intera divenne teatro di guerra e poi preda dell’occupazione sovietica. Le due superpotenze si batterono con ferocia e Budapest fu il baluardo da difendere e conquistare. L’assedio russo a questa città durò dal Natale 1944 al 13 febbraio 1945. Tutti i suoi ponti vennero fatti saltare dai nazisti, gli edifici pubblici dannegiati, 30.000 case distrutte e la città divenne inabitabile.

Iniziava così la dominazione sovietica con il placet della Commissione di Controllo degli Alleati. Due formazioni politiche sorsero allora in Ungheria: la prima voleva una nazione indipendente e democratica; l’altra, guidata dal Partito Comunista Ungherese, prediligeva il tipico sistema sovietico. Nelle elezioni parlamentari del 1945, 57% votò a favore della prima, mentre i Comunisti ottennero solo il 17% dei voti. Ma, nonostante tale successo elettorale inequivocabile, la Commissione di Controllo degli Alleati non permise la formazione di un governo senza la partecipazione dei comunisti, anzi pretese che il Ministero degli Interni e, quindi, la polizia politica, andasse a loro. Con il braccio forte della polizia politica, il Blocco di Sinistra usò tutti i mezzi possibili, dagli assassini politici alle intimidazioni e alle torture, per impadronirsi del potere. Quando, nel 1947, la situazione politica internazionale si calmò, il Partito Comunista consolidò la dittatura totale in Ungheria. Essi rapirono in pieno giorno il Segretario generale del Partito dei Piccoli Possidenti, Bela Kovacs, e subito dopo organizzarono un colpo di stato contro il Premier Ferenc Nagy, forzandolo a dimettersi e sciogliendo il Parlamento. Nelle elezioni che seguirono in quello stesso anno, nonostante  indimidazioni e frodi di ogni genere usate dai comunisti, solo il 22% della popolazione votò per loro. I sovietici comunque avevano decretato già la fine della democrazia ungherese, rimasta sospesa per oltre 40 anni, a favore della dittatura totalitaria, con tutte le conseguenze del caso, quale abolizione della proprietà privata, nazionalizzazione delle industrie, della pubblica istruzione, della cultura, delle finanze e dei servizi sociali. Essi realizzarono questa ambizione eliminando la “reazione clericale”. La Chiesa aveva allora una grande influenza in tutta l’Ungheria. Secondo il censimento del 1949, 70% della popolazione, cioè ben sei milioni e mezzo, era cattolica. Il loro leader, il Card. Jozsef Mindszenti, fu imprigionato prima dai nazisti e poi, dopo il 1948, dai comunisti. All’inizio del 1948 le oltre 6.500 scuole cattoliche – 5.000 di queste, scuole elementari, – vennero nazionalizzate. Il 26 dicembre dello stesso anno il Card. Mindszenti, capo della Chiesa cattolica e Arcivescovo di Esztergom, venne  arrestato e condannato a vita, come “reazionario”. La cella in cui è stato detenuto per anni la si può oggi visitare in una delle strade principali di Budapest, la famigerata Via Andrassy, nel cui n. 60  la polizia politica sfogava le sue ire con ogni tipo di tortura. Con il Pastore anche molti fedeli vennero imprigionati. Nel tentativo di evitare il peggio l’episcopato ungherese fu costretto nel 1950 ad accettare un “concordato” in cui riconosceva il sistema politico vigente e il governo della Repubblica Popolare Ungherese. Nel 1951 fu introdotto il Bureau della “Chiesa Statale” con “preti-pacifisti”, ligi alla politica dello Stato comunista, rappresentati nel Fronte Patriottico Popolare e nel Parlamento, ma le statue a soggetto religioso nelle piazze e nei tanti incroci rurali, che ancora si possono ammirare, sono rimaste a testimonianza di una profonda religiosità, che neppure i sovietici sono riusciti a debellare dal cuore degli ungheresi.

L’internamento di cittadini, sospettati di non condividere le idee del governo, costituisce una delle pagine più nere di questa dominazione rossa. Tra il 1945 e 1948 oltre 40.000 persone sono state internate in Ungheria nei campi di Recsk, Kistarcsa, Tiszalok e Kazincbarcika con migliaia di prigionieri condannati ai lavori forzati, soprattutto nelle miniere di carbone e ferro.  Varie dozzine di campi minori funzionavano nelle provincie, mentre altri campi chiusi nella parte orientale della nazione, hanno “ospitato”, a partire dal 1948, intere famiglie.

Il trattamento di simili persone, ammucchiate in sotterranei o in catapecchie senza servizi igienici o altre elementari facilità, sorvegliati da uomini armati della polizia politica, uno davanti ogni cella, soprattutto nella famigerata Via Andrassy di Budapest, comprendeva, tra tante efferatezze: interrogazioni notturne, privazione di sonno e spesso anche di cibo e acqua, torture fisiche e psicologiche, faccia e naso contro il muro, braccia stese orizzontalmente a volte fino a 10 o 12 ore, percorse con mazze e altre. Niente cambi di biancheria o bagni o tovaglie, sapone, carta igienica, dentifricio... Le abluzioni giornaliere non potevano superare i 30 secondi. Nella  cella una lampada, posizionata all’altezza degli occhi,  brillava notte e giorno. Le celle di punizione erano peggiori con spazi di cm. 50x60 ed alte 180cm.

Un’altra pagina nera della dominazione comunista venne scritta nel 1956. Il 23 ottobre, gli studenti manifestavano a Budapest e in altre città a favore di quanto stava succedendo nella vicina Polonia. Ben presto il malessere sociale degli ungheresi venne diretto contro il regime totalitario comunista. Quando la polizia politica aprì il suo fuoco letale su dimostranti inermi a Debrecen e al Centro televisivo di Budapest, quella che fino allora era solo una protesta, divenne una vera rivoluzione, che chiedeva un’Ungheria indipendente, libera e democratica. Il 28 ottobre, la leadership politico-militare sovietica dovette capitolare. La rivoluzione nominò un suo Primo Ministro nella persona di Imre Nagy, che subito dichiarò il cessate il fuoco e, il giorno seguente, le truppe sovietiche cominciarono a ritirarsi dalla capitale ungherese. La famigerata polizia politica venne abolita e libere elezioni indette. Ma il 30 ottobre l’Unione Sovietica annunziò che intendeva cambiare la sua relazione con le “fraterne nazioni socialiste” e 24 ore dopo ordinò alle sue truppe di debellare la lotta per l’indipendenza ungherese, mandando rinforzi.

Il Governo ungherese allora si ritirò dal Patto di Varsavia, proclamò la neutralità dell’Ungheria e chiese l’assistenza dell’ONU. Ma l’aggressione sovietica continuò. Il 4 novembre i carriarmati sovietici sottomisero brutalmente i rivoluzionari. Mosca nominò allora un governo-fantoccio nel nome del Patrtito Rivoluzionario dei Lavoratrori e dei Contadini, guidato da Janos Kadar, che mise in atto ogni possibile mezzo dittatoriale e terrorista per chi protestava contro l’occupazione militare sovietica.

Così, 15 anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, l’Ungheria venne profanata e Budapest ridotta in macerie.  Ventimila  furono i feriti ed oltre 2.500 persone perirono, di cui 2.000 solo nella capitale; 200.000 circa hanno dovuto abbandonare la patria; in 15.000 sono stati arrestati; 5.000, tra cui 860 ragazzi e ragazze, deportati dalla KGB nell’URSS, come prigionieri di guerra; 229 sono stati giustiziati. Nel 1961 Kadar decise l’internamento di oltre 10.000 persone  che non offrivano molte garanzie in caso d’emergenza. Questa misura è rimasta in vigore fino alla cadutra del comunismo, avvenuta nel 1990. Nel 1958, il Primo Ministro Imre Nagy e tre altri esponenti della Rivoluzione sono stati condannati a morte e giustiziati. Secondo documenti ungheresi e sovietici, i soldati e i civili deportati in circa 1.000 Gulag sovietici dall’attuale Ungheria sarebbero stati 700 mila, di cui 300.000 sarebbero periti per la brutalità delle guardie, le esecuzioni sancite dalle autorità russe con processi-farsa, le condizioni inumane con 10-12 ore di lavoro forzato al giorno, in zone lontane dal campo fino a 12 km da percorrere a piedi, la fame e le gelide condizioni atmosferiche.

Il Card Mindszenti è stato liberato dalla rivoluzione del 1956. Quando le truppe sovietiche hanno riconquistato Budapest con i loro carri armati, il Cardinale si è rifugiato nell’Ambasciata americana di piazza Szabadsag, dove è rimasto confinato per 15 anni, finchè emigrò nel 1971. Morto quattro anni dopo, le sue ceneri furono riportate in patria nel 1991 e custodite nella Basilica di Esztergom. La sua causa di beatificazione è in corso.

Oggi la lezione del 1956 rimane viva: “In quell’ottobre il popolo ungherese provò a se stesso e al mondo intero che non si può essere sottomessi per sempre; ci si deve ribellare anche contro poteri ritenuti invincibili quando l’oppressione e il terrore diventano talmente opprimenti da minare l’identità di una nazione e la sua stessa esistenza. Con il loro coraggio e sacrificio, i combattenti per la libertà ungherese hanno inflitto una ferita mortale al grande impero sovietico”. 

Solo nel 1990, gli ungheresi tornarono a votare in libere elezioni per eleggere democraticamente il loro Parlamento. La visita di Papa Giovanni Paolo II in Ungheria nel 1991 ha simboleggiato la fine di 40 anni di persecuzione religiosa.

Di tutto questo rimane una vaga memoria nell’Ungheria di oggi, soprattutto tra i giovani. “Trabant” fatiscenti sulle strade ungheresi, caserme spettrali abbandonate e gli innumervoli blocchi di appartamenti tutti uguali, che ancora popolano le periferie delle grandi città del centro Europa, sembrano essere un lontano ricordo. L’ex Governo socialista impopolare di Gyurcsany è passato all’economista Gordon Bajnai, tra accuse di curruzione atavica. Il baratro economico in cui naviga la nazione è grave.  La prossima primavera si dovrebbero avere nuove elezioni. L’Ungheria, libera e indipendente, è però una realtà indiscussa.

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Ultimo aggiornamento ( mercoledì 12 maggio 2010 )
 
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