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 Vittorio Vandelli all'Istituto di Cultura di Dublino Dove è finita, o dove sta andando a finire, la scuola italiana ? Chi dall’Irlanda si interessa a quel che accade nel nostro Paese, leggendo le cronache di questi ultimi tempi si sarà accorto che la scuola, in particolare la Media Secondaria, è cambiata parecchio rispetto a nemmeno troppi anni fa.
 Vittorio Vandelli Volendo guardare alla questione con ironia, viene fin troppo facile affermare che i professori “intoccabili” che ti rimandavano a settembre se non sapevi la lezione sono scomparsi: ora i prof. sono “toccabili”, toccabilissimi, fino al punto da finire su discutibili filmetti in giro per il web. Ed è proprio con una buona dose di ironia che Vittorio Vandelli, insegnante di lingua e civiltà inglese in un liceo linguistico di Modena, cerca di descrivere, comprendere, criticare quel mondo complesso e variegato che è la nostra scuola pubblica.
Lo fa attraverso un personaggio -verosimilmente il suo alter ego- che è il protagonista del suo ultimo lavoro, “Questa scuola non è un’azienda! I racconti del prof. Bingo” (Edizioni Pendragon, 2006) Di fronte ad una platea composta dai suoi studenti in gita a Dublino, i responsabili del Centro Italiano di Cultura e da vari irlandesi interessati all’Italia contemporanea, Vandelli legge e commenta alcuni brani del libro.
 Bruno Busetti direttore dell'Istituto di Cultura di Dublino L’aziendalizzazione dell’istruzione, la volontà di trasformare la scuola in una fucina di venditori e compratori acritici, l’introduzione nel settore pubblico di categorie pertinenti alla sfera dell’impresa e del marketing: questi sono i bersagli del prof. Bingo, magari disilluso ma sempre determinato a resistere al terribile “nuovo che avanza”. Novità, o “invasioni barbariche” a seconda dei punti di vista, introdotte o cercate di introdurre dalle riforme di due Ministri dell’Istruzione: prima Berlinguer, poi la Moratti. Perché, bisogna dirlo, Vandelli fa nomi e cognomi, come per sua stessa ammissione in omaggio alla grande tradizione satirica anglosassone alla quale si ispira. Nei brani che decide di regalare all’audience è infatti inevitabile cogliere le citazioni di alcuni fra i maggiori esponenti della letteratura anglofona mondiale. Su tutti, proprio gli irlandesi Oscar Wilde, al quale Bingo si sente affine per spirito ribelle e gusto dello sberleffo all’ordine costituito, e James Joyce, col quale condivide il momento dell’epiphany (nel senso di illuminazione, rivelazione improvvisa) che porta a scelte radicali e coraggiose.  Mauro Fiorio giornalista di Irlandiani Esattamente il contrario, insomma, del cosiddetto insegnante in carriera, ultraconformista, sempre in competizione coi suoi colleghi, che dovrebbe essere la nuova figura della scuola moderna e globalizzata. Dove, ovviamente, protagonisti, carnefici e vittime della deriva non sono solo i professori: tra le aule di questi nostri licei si aggirano infatti adolescenti nevrotici, annoiati, perennemente insoddisfatti, che idolatrano modelli fittizi creati ad hoc dalla subdola industria del consumo obbligatorio. Per non parlare dei loro genitori, sempre pronti a criticare gli insegnanti e mai a dare una sgridata ai propri figli, perfetti per autonomina. La parte più giovane della platea, all’Istituto, probabilmente si riconosce in questi personaggi, esagerati ma non troppo. La parte meno giovane, per cui il mondo della scuola è inevitabilmente lontano, scuote la testa amareggiata nel riconoscere alcuni tratti non proprio encomiabili della nostra epoca. Ma l’amarezza non nega mai la possibilità di una risata, come ci insegnano il prof. Bingo, nel libro, e il prof. Vandelli, nella vita reale. Quel che è certo è che l’autore di questo libro, nonostante la delusione, la critica –spesso anche molto aspra- ad un’istituzione che sente sempre più distante; nonostante la presa in giro di certi atteggiamenti e certe situazioni, è un uomo il cui amore per scuola e l’insegnamento è enorme, sincero. Un professore tradizionale (ma non tradizionalista) che a differenza del suo personaggio Bingo non fugge dal nuovo mondo che avanza, ma prova, scrivendone e parlandone, a cambiarlo un po’. Altrimenti, pensiamo noi di Irlandiani, perché mai sarebbe venuto a Dublino, in una ventosa sera di marzo, a raccontarci queste sue strane storie… |