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Giovani Italiani e lavoro: poche certezze PDF Stampa E-mail
Scritto da Giuliana Rocca   

italiani a Dublino
Tanti italiani vengono a lavorare in Irlanda.
Riuscire a lavorare in Italia oggi sembra quasi un privilegio. Le offerte lavorative sono per pochi mesi e a basso salario. Qualche tempo fa, in una piazza romana, uno striscione con su scritto “CO.CO.DE.,Collaborazione coordinata destabilizzante”, riassumeva lo stato d'animo di migliaia di giovani italiani alle prese con il primo posto di lavoro. Chi comincia a lavorare, infatti, deve fare i conti con quella postmoderna forma d'inquietudine esistenziale che prende il nome di “precarietà”. I contratti interinali, gli stage in azienda e tutte le varie modalità concepite per mitigare le insidie della disoccupazione, inducono i neo-assunti a vivere in uno stato continuo d'incertezza che impedisce loro di compiere scelte definitive. L'acquisto della prima casa, un progetto matrimoniale, la costruzione di una sicurezza pensionistica sembrano ormai ricordi tramandati dai racconti della generazione precedente. Agli oltre 70 milioni di giovani europei, di età compresa tra i 20 e i 35 anni, viene chiesta un'elevata capacità di adattamento all'insegna della più totale flessibilità. L'Italia, purtroppo, mantiene il record negativo della disoccupazione giovanile, con il 27 % dei senza lavoro registrato, contro una media del 15 % in U.E. Se è facile risalire alle cause di tale fenomeno, non lo è altrettanto per le soluzioni. L’alta percentuale di quanti abbandonano il ciclo di studi secondari prima di aver raggiunto una qualificazione e la ricerca di un lavoro che duri più di dodici mesi, sono i motivi che incidono maggiormente sull'esclusione dei giovani dal mondo del lavoro. Da anni, nel nostro Paese, si tenta di rilanciare l'occupazione attraverso la modernizzazione dei servizi per l'impiego e l'introduzione di sempre nuove flessibilità contrattuali. Tuttavia, un mercato del lavoro ingiusto e poco meritocratico lascia ancora oggi poche speranze a chi non abbia la fortuna di aver già trovato occupazione. Inoltre, la consapevolezza che la precarietà non sia una categoria soltanto economica fa parte ormai del comune sentire della gente. Dall’originario ambito lavorativo, infatti, essa investe anche la formazione, i saperi, i diritti e persino la politica. La mancanza di certezze si configura sempre più come l'esito di interventi sociali, economici e legislativi che hanno prima modificato e poi sancito definitivamente i rapporti sociali di potere. “Chi vuol esser lieto sia, del doman non c’e’ certezza”.

 





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