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Le sperimentazioni di Cecilia Bullo, un’artista italiana a Dublino PDF Stampa E-mail
Scritto da Silvia Saccomanno   

Cecilia Bullo
Cecilia Bullo (foto).
Cecilia Bullo è un giovane talento da scoprire. Italiana, ma trasferita a Dublino da piccolina per seguire il lavoro del papà, è cresciuta tra le verdeggianti terre irlandesi bagnate dal sole e più spesso da sana pioggia refrigerante.
Cecilia si occupa principalmente di scultura, ma il suo bagaglio culturale le ha fatto esplorare, nel tempo, anche la pittura, la fotografia e ultimamente nuovi modi di esprimersi e comunicare. La sua arte si fonda su un’esperienza classica che le proviene dal diploma in scultura preso a Dublino e dalla laurea in Belle Arti conseguita a Brera, dove le fanno scuola ottimi insegnanti, abili ed esperti nel campo che lei predilige; la scultura in marmo. “Dopo gli studi qui in Irlanda non sapevo bene che ramo artistico scegliere tra quelli possibili. Così ho seguito un Foundation studies, un corso della durata di un anno in cui si praticano tutti i generi possibili di arte. Alla fine sono stata in grado di scegliere”.
L’arte è qualcosa che Cecilia ha scoperto pian piano dentro di sé, ma se si ripercorre il suo albero genealogico si scopre che questo ‘sacro fuoco’ le scorre nelle vene da sempre. I nonni paterni erano pittori e fin da piccolina, lei, amava scarabocchiare ovunque le capitasse. “E’ sempre stata una passione, qualcosa che hai dentro e che crescendo si sviluppa insieme a te. Era una via tracciata per me, qualcosa di ineludibile”.
La Bullo studia in Italia, ma durante l’estate torna in Irlanda per fare la guida turistica e al tempo stesso coltiva questo talento sempre più spiccato in lei; talento che alimenta anche di esperienze all’estero, come  i 7 mesi in Grecia trascorsi ad inebriarsi di scultura impareggiabile. “Avevo vinto una borsa di studio mentre frequentavo Belle Arti”, mi spiega. Mentre parla osservo il suo studio, piccolo e raccolto, ma pieno di entusiasmo. In ogni dove spiccano fotografie, cavalletti, tele piene di colore e opere in marmo. Lei si accorge del mio interesse ed interviene “Ora è tutto così ordinato e pulito perché da poco abbiamo accolto visitatori per l’evento ‘Studi aperti’. Credo venga organizzato ogni anno qui a Dublino. Gli artisti mettono in mostra le proprie opere proprio là dove le creano”. Molto poetico, penso. In questi ambienti si respira proprio la voglia di creare. L’edificio in cui sono ora si compone di tanti piccoli laboratori, piccole stanze in cui, oltre Cecilia, lavorano artisti di ogni genere. L’aria è profumata di vernici e tempere e l’occhio scorge ovunque materiali strani e masse informi da completare, da ritoccare, alle quali dare anima.
Opere di Cecilia Bullo
Opere di Cecilia Bullo (foto).

Io osservo tutto, chiedo e Cecilia studia me. “Mi piace esporre le mie opere non tanto per venderle, ma per confrontarmi con le persone. Per vedere i loro occhi scivolare sul mio lavoro, per ascoltare i loro commenti, raccogliere testimonianza preziose”.
Deve proprio essere incredibile essere un’artista. Ogni volta che si mostra qualcosa agli altri è un po’ come svelare una parte della propria anima, un brandello di spirito elaborato con le mani e il cuore.
Cecilia è piena di entusiasmo per quello che fa e mi spiega che non si finisce mai di imparare. “Ora sto frequentando il primo anno di un master al National College of Art and Design qui a Dublino. Con la mia classe e un altro gruppo di ragazzi abbiamo organizzato e realizzato una mostra che si è conclusa da pochissimo, “Unfurl”. “Che significa?”, chiedo. “Significa qualcosa in movimento, in evoluzione; che si sviluppa. Abbiamo allestito delle installazioni al Temple Bar Gallery e io ne ho presentate due. ‘Metanoia’ e ‘Soul loss’. Ora sto lavorando sulla schizofrenia seguendo la vita e le opere di un famoso scrittore, Antonin Artaud. La sua malattia mi ha affascinato soprattutto per l’aspetto che riguarda il viaggio della mente malata, il vorticoso perdersi per poi ritrovare la strada della normalità”.
“Ma cosa rappresentano queste due installazioni?”, chiedo curiosa. Cecilia mi guarda per un secondo in silenzio, poi socchiude gli occhi e mi confida “Non amo descrivere i miei lavori perché secondo me non deve esistere una soluzione visiva. Quando si guarda un’opera, la sua grandezza sta nella capacità di trasmettere ad ognuno emozioni diverse, richiamando alla memoria vissuti, ricordi, sogni. L’arte che sto sperimentando ora si discosta dal classico. In questo momento mi piace sperimentare nuovi generi e nuove sensazioni. Sto anche realizzando video. La parola chiave nelle mie opere è ‘mutazione’, quello che si evolve e cambia, che fluisce senza che lo si possa fermare e distinguere, riconoscere”. Sul tavolino dietro di me, infatti, vedo delle corna di pecora lavorate con la cera. Sembrano quasi piante carnivore, ma non si riesce a darne una definizione. Proprio lì vicino, poi, dei blocchi di marmo lavorati. “Toccali”, mi invita Cecilia. La parete è liscia e fredda, piacevole al tatto. “Rappresentano delle interiora del corpo umano. A lungo ho avuto la curiosità di studiare le viscere, le cavità. Da lì mi è venuta anche l’ispirazione per rappresentare ferite. E’ interessantissimo lavorare i materiali incidendoli ed osservandone gli effetti. Questa ad esempio è una delle opere più importanti che ho realizzato”.
Opera
Mi indica un blocco di marmo chiaro, striato appena di azzurro e viola. La forma è affusolata, sembra quasi un pesce. A metà, orizzontalmente, uno squarcio separa la materia in due lembi rosati e all’interno, quasi fosse una bocca, tanti piccoli denti umani applicati. L’effetto ottico è particolare. “Quest’opera si chiama ‘Wound x’ e l’ho esposta l’anno scorso, insieme ad altre, all’Istituto Italiano di Cultura qui a Dublino nell’ambito di una mostra personale intitolata appunto ‘Wounds’. Ha girato un po’ questo lavoro. L’ho esposto in Cina, quando ho vinto un Grant dell’Ars Council che mi ha sponsorizzato il viaggio e poi in California. Alla fine lo hanno anche pubblicato su un libro d’arte. Sono stata fortunata; per esporre bisogna essere selezionati e la mia opera è piaciuta. La cosa peculiare di ‘Wound x’ è il materiale che ho utilizzato; bagnato assume lo stesso colore della pelle. In foto non si riesce a capire di cosa si tratta, vedi?”, mi indica una foto dell’opera appesa al muro e, in effetti, non sembrerebbe marmo. “Altri materiali particolari che hai usato?”. Ci pensa un attimo, poi si china e tira fuori da uno scatolone una lastra nera, sottile e scheggiata. “Questa è pietra lavagna, ossia ardesia. Qui in Irlanda la usano per fare i tetti delle case. Con questa ho realizzato un’installazione in Francia qualche anno fa”.
Questa ragazza è proprio poliedrica. “Ma il tuo lavoro, quindi, in cosa consiste?”, chiedo. “Lavoro su commissione e quando ho l’opportunità espongo le mie opere e cerco di farmi conoscere. Per un’artista è importante”.
“Progetti per il futuro?”, concludo. “Spero di continuare ad avere la possibilità di studiare come ora e allo stesso tempo di portare avanti il mio lavoro di ricerca e sperimentazione. Quest’estate poi andrò a fare una ‘residency’; per un mese avrò a disposizione uno studio a Wesport in cui sbizzarrirmi su un progetto. Vedremo…”.
Si ferma qui la mia chiacchierata con lei e mentre mi avvio verso casa, l’aria è ancora densa di colore e di parole italiane dallo strano accento straniero.

 

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Ultimo aggiornamento ( domenica 04 maggio 2008 )
 
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