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Razzismo in Irlanda parliamone |
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Scritto da Rosalba da Cesena
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 Rosalba Tramonti Da poco sono rientrata dall'Irlanda. L'ho trovata cambiata rispetto dieci anni fa. Allora partiì per l'Irlanda per migliorare il mio inglese partendo da una scarsa conoscenza scolastica. I primi due mesi furono molto duri e le difficoltà che incontrai sovente mi portarono a lamentarmi delle diversità culturali. Le lamentele piovevano, in particolar modo, quando riguardavano quegli ostacoli avvertiti dallo straniero che per la prima volta deve fare i conti con se stesso mettendo a dura prova la propria elasticità mentale. Ovviamente aspetti come il clima e il cibo erano continuamente oggetto di lamentele, anche se non fatte con l'intenzione di offendere una cultura che non ha niente da invidiare ad altri paesi. In realtà a creare questo clima di sfiducia rispetto le bellezze del paese intervenivano vari fattori. In primis non ero contenta quando mi sentivo chiamare l'italiana desideravo essere chiamata per nome e provavo una certa insofferenza quando mi venivano portati dei paragoni tra la cultura italiana e quella irlandese quasi a voler sondare quale tra le due fosse la migliore. Alla lunga questi atteggiamenti mi spinsero a comportarmi di conseguenza senza in realtà comprendere la natura di tale comportamento. Alle volte, in particolare nei momenti di maggior sconforto, dimenticavo che simili paragoni, rispetto alle diversità culturali, sono del tutto naturali anzi ci aiutano a conoscere meglio le diverse culture. La cosa che più mi rattristava era la facilità con cui si cadeva in luoghi comuni come ITALIA= mozzarella, spaghetti e mafia quasi come se l'italiano si riducesse soltanto a questi pochi appellativi. Avrei dovuto sapere che spesso si fa tanto per parlare, per dire qualcosa e non per offendere. In verità sapevo benissimo che mi creavo dei problemi inesistenti. Il cibo tradizionale era buono il clima non mi dispiaceva, forse sono tra le poche mediterranee che gli piace il freddo e quello che più avevo nel cuore era la gente dell'Irlanda con i suoi costumi. In quel periodo provai molte emozioni : felicità misto tristezza estraneità mescolata a familiarità e qualche volta distacco dal paese nativo come se qualcuno mi avesse tolto le origini, non mi sentivo più italiana ma nemmeno abitante della nuova terra d'accoglienza. Spesso questa mescolanza di emozioni mi provocava attacchi di pianto e riso contemporaneamente. Dopo i primi mesi di addattamento aumentò la sicurezza in me stessa, superata la barriera della lingua cominciai a fare amicizia con la gente del posto. Iniziai a sentirmi a casa proprio quando feci amicizia con ragazzi irlandesi. A Galway trovai alloggio presso la kinlay house che mi permise di restare per molto tempo. Nonostante mi trovai a dormire in stanza con due italiani peraltro concittadini di Cesenatico cercai sempre di parlare inglese. Da non dimenticare il detto "se vai a Roma comportati da romano". In città trovai lavoro come lavapiatti e non riuscì a migliorare la mia condizione a causa della scarsa offerta di lavoro. Successivamente tornai a casa. A distanza di tempo rivivo quei mesi come i migliori della mia vita perchè ho vissuto sulla mia pelle il passaggio dalla condizione di straniero ad amica, quasi compatriota. Nell'ultimo periodo non mi sentivo più italiana ma una di loro. Certo non mi sentivo irlandese ma a casa mia. "Sentirsi forestiera in terra straniera non giova alla salute", parola di infermiera. In questo momento sto ripensando alla possibilità di tornare in Irlanda e fare un'esperienza di lavoro più o meno lunga presso qualche ospedale. L'abbondante afflusso di persone provenienti da tutto il mondo ha portato alla creazione di piccole comunità che vivono la paura, anche solo remota, di subire l'emarginazione. In questo modo si creano gruppi che cercano di rafforzare l'unione tramite ad esempio il web, efficace mezzo di comunicazione. Per quanto mi riguarda sono contraria alla globalizzazione mi sembra una forzatura della condivisione reciproca delle varie culture. Di questo passo all'interno dello stesso paese si rischierebbe di erigere mura di separazione delle varie culture ostacolandone l'integrazione. Con cio non voglio dire che sono ostile all'emigrazione anzi tutt'altro la considero una grande oppurtunità della civiltà moderna ma occorre che gli emigranti si armino di molta pazienza ancor più del paese che li ospita, in quanto l'inconsapevole atteggiamento di vittimismo che spesso l'emigrante assume nei confronti della gente che l'accoglie genera a priori un sentimento di emarginazione ancor prima che si verifichino veri e propri atti di razzismo ai danni dell'emigrato. Non a torto la paura dell'emarginazione può portare l'isolamento. Conosco coppie italiane che vivono in irlanda da diversi anni e parlano tra loro prevalentamente in italiano. Ho riscontrato che hanno molte lacune nell'uso della lingua inglese. Inoltre non credo sia piacevole per un irlandese sentire due suoi ormai connazionali parlare in sua presenza in italiano sembra quasi un modo per escluderlo dalla conversazione. Forse la creazione di asili per bimbi italiani non è una cattiva idea ma penso sia più ragionevole l'insegnamento della lingua e cultura italiana all'interno del nucleo famigliare tra le mura domestiche cercando però di dare il giusto spazio all'inglese per non rischiare che all'ingresso del bimbo nelle scuole irlandesi si verifichino atti di bullismo conseguenti alle incomprensioni linguistiche. Fin da piccolo sarebbe più giusto insegnare al figlio entrambe le lingue nel proprio nido domestico. La tendenza a creare gruppi tra individui della stessa nazionalità o religione crea la forza all'interno degli stessi ma indebolisce i legami con il diverso. Quando affermo che è soprattutto colui che emigra che deve avere una grande apertura mentale, tale da favorire la nascita di comportamenti positivi nei più scettici rispetto l'integrazione, intendo che bisogna accettare le novità proposte da un'altra cultura. Ad esempio non posso pensare di entrare in una moschea islamica vestita all'occidentale con décolleté in vista oppure pretendere che in un paese prevalentemente cattolico vengano tolti i crocifissi. L'ora di religione cattolica non va imposta ad individui appartenenti ad altre religioni ma un crocifisso appeso non implica l'obbligo di preghiera ai non cattolici quindi non è di tanto disturbo. In un paese dove il velo copricapo non è indumento contemplato ogni volta vi sia la necessità di scoprirlo, ad esempio per un controllo di sicurezza pubblica, sarebbe bene toglierlo. La possibilità per un mussulmano di portare il velo in un paese occidentale non deve essere considerata come un diritto a tutti i costi ma piuttosto come un esempio di tolleranza che a volte i mussulmani non riconoscono. Nella mia professione mi sono scontrata con etnie la cui capacità di integrazione non era adeguata a causa di una bassa scolarizzazione. In questi casi e neccessario fornire gli strumenti per aiutare e quindi diminuire il disagio conseguente. Addirittura in alcuni gravi casi non ci sono neppure le conoscenze igieniche di base. Spesso ho dovuto assistere persone di un'altra cultura incapaci di dire una sola parola in italiano nonostante avessero vissuto per anni in italia per l'espressione di una totale chiusura verso la cultura offerta dal nuovo paese. In sintesi se si va in un paese dove in larga misura si ha difficoltà ad accettare ciò che ci viene offerto l'integrazione non sarà che un'impresa impossibile da raggiungere. Chiedo scusa per l'interminabile lettera e spero mi si possa perdonare per questa mancanza. Quanto ho scritto è in parte l'insegnamento che ho avuto dall'intensa esperienza vissuta in irlanda. Grazie a voi per avermi spronata a scivere la mia storia con le questioni trattate sul vostro sito, il mio sfogo mi ha riportato indietro nel tempo e sono certa che mi darà la forza necessaria per ripetere esperienze di questa intensità. Spero tanto che la mia lettera sia pubblicata o soltanto letta e replicata. Chiedo scusa per aver citato alcune differenze culturali, non era un mio proposito privilegiare una cultura piuttosto che un'altra.Forse non sarà stata scritta nella forma giusta e con le parole giuste ma mi è stata dettata dalle emozioni che l'Irlanda ha suscitato al mio cuore. Ringrazio calorosamente la redazione irlandiani e se me lo permettete dato che non sono riuscita ad essere breve vorrei salutare due amici. Hallo BRENDON from the italian girl Rosalba you met in the Kinlay House Galway in 1996-97. Thanks for having cooked a good pasta for me i hope you've become a great schef and also thanks for the few gaelic's language you thought me. Do you still remember of me and Aleandro from Cesenatico? I hope so. Hallo DAVID CAENY (Sligo) from Rosalba I am really sorry we do not keep in touch anymore. It was my fault. I say thanks for all you've done for me. Per contatti:
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Ultimo aggiornamento ( sabato 22 settembre 2007 )
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