Home Turismo The Riverdance: quando lo spettacolo si fa poesia
|
The Riverdance: quando lo spettacolo si fa poesia |
|
|
|
|
Scritto da Silvia Baldini
|
 la locandina dell'evento E’già buio quando una sera di fine luglio, piovosa e grigia come non mai, varchiamo la soglia del Gaiety Theatre di Dublino. Una sera come tante altre. E noi siamo in ritardo; lo spettacolo è già iniziato. La corsa lungo le affollate vie del centro, brulicanti ancora di vita, non è chiaramente bastata. Ce ne rendiamo conto non appena messo piede, trafelati, dentro al teatro. L’uomo all’ingresso ci ha guardato accigliato; i Dublinesi probabilmente non fanno tanta confusione. E sono di certo più puntuali. Due minuti e ci riprendiamo, pronti ad affrontare le scale che ci condurranno ai palchi che abbiamo prenotato. Dieci, venti, trenta gradini. Non finiscono davvero più. Si sente della musica, intanto. Lontana, confusa. Quaranta, cinquanta, sessanta gradini. Il fiato torna corto..perché non abbiamo scelto i posti in platea? La musica si avvicina, ora, più chiara e limpida. Sembra molto allegra…no, “allegra”non è il termine esatto.  i ballerini della riverdance E’…travolgente. Settanta, ottanta, novanta gradini, più altri cinque. Adesso davvero non ce la facciamo più; vogliamo solo sederci. La musica, intanto, s’è fatta più potente. Ci risuona dentro. Il cuore, da solo, inizia a battere il tempo. Siamo arrivati alla fine dei gradini, nel frattempo; un’altra guardia ci attende davanti alla porta che ci separa dai nostri posti a sedere. Controlla il biglietto e ci dà l’ok per entrare; perfetto, finalmente potremo rilassarci. Apriamo piano la porta: ed è un attimo. La musica non è più musica; diventa ritmo travolgente che ci avvolge e ci trascina altrove, lontano. Vediamo tutt’intorno colori sfavillanti: il rosso e il bianco degli interni del teatro si mescolano in maniera indefinita alle luci del palco, che tutto prendono, trasformandosi ora in amaranto ora in ocra, a seconda della potenza del fascio che li colpisce. Ci resta un attimo per guardare in alto: c’è una folla eccitata, che batte freneticamente le mani. Le borse e gli oggetti personali sono stati tutti dimenticati sotto le poltrone o buttati là alla meno peggio. Sembra non importare niente a nessuno che fine facciano. Un altro attimo per guardare in basso: la platea non è più una platea. E’ un brulichio indistinto di corpi che si agitano frenetici, desiderosi di scappare dalle sedie in cui sono costretti. Sono già altrove anche loro. L’ultimo momento di lucidità serve giusto a far correre lo sguardo dal brulichio indistinto alla folla sovrastante, infine al palco. Che è un tutt’uno con il brulichio indistinto, ormai. Poi basta. Adesso non ci siamo più neanche noi. Chissà dove siamo finiti…in un bosco, forse. Ora si vede una figura di donna in lontananza, in mezzo ad una radura circondata da alberi. E’ notte; una grande luna campeggia in cielo. La donna è seduta su una roccia e sta cantando. La sua voce ci giunge soave: narra di un’antica leggenda, una storia in cui Bene e Male si frappongono violentemente. Chi trionferà? Siamo tutti pronti a sentire: ma la donna ad un tratto scompare. Si fa di nuovo improvvisamente giorno ed è un sole accecante, ora, a far da padrone. Ricomincia la musica travolgente di prima. Un violino fa capolino tra un nugolo di uomini e donne emersi da chissà dove, che hanno iniziato improvvisamente a muovere passi frenetici. Tutti insieme, tenendosi sotto braccio; il ritmo sembra insostenibile. Tre, cinque, dieci minuti. Le gambe si intrecciano e si liberano con una velocità impressionante. Non potranno durare a lungo. Improvvisamente ci ritroviamo a battere le mani, assieme ad altri che non vediamo; siamo ormai un unicum indistinto, rapito dalla bellezza della danza che vede svolgersi davanti a sé. Le donne volano in braccio agli uomini e atterrano delicatamente, ricominciando quel movimento di gambe pazzesco, incredibilmente veloce quanto ordinato. Gli uomini saltano agili, afferrano le loro dame e le rilasciano, mettendosi a giocar di gambe anche loro. Il violino, intanto, scandisce un tempo talmente rapido da non riuscire quasi a stargli dietro. Un innesto imprevisto di jazz, poi, rivoluziona ancora una volta la scena: da dove arrivano, adesso, i due ballerini afroamericani che si divertono a imitare i movimenti degli altri, contaminando rap e folk con i loro movimenti unici e irripetibili? L’armonia frenetica non si rompe, anzi, cresce. Anche noi ne facciamo parte; stiamo ballando e non lo sappiamo. Anche noi trascinati tutti da qualcosa di più grande che non riusciamo a definire, che ci ha preso e ci ha portato via. Ritorneremo mai?....
 un momento dello spettacolo D’un tratto, il silenzio. Riappare la luna. Prima ancora della donna del bosco, giunge il suo canto piano e soave. Il Bene ha vinto la sua eterna lotta, la Libertà è stata riconquistata; lo capiamo dalle sue parole. Le mani, lentamente, smettono di battere e l’indistinto di cui facevamo parte torna ad essere pubblico. L’ordine e la calma riconquistano piano piano la sala. Noi, senza sapere come, ci ritroviamo improvvisamente a teatro. Quando siamo arrivati? Non ce lo ricordiamo più. La donna si allontana lentamente, ritirandosi nel bosco, sotto la luna. Poi scompare anche lei. Adesso c’è tempo solo per gli applausi.
|
|
|