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Alitalia chiude gli uffici di Dublino |
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Scritto da Fabio Strufaldi
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Decide di tagliare proprio nella patria del gigante Ryanair e la sorella Aerlingus dove non si puo' competere
 Alitalia chiude con Dublino in un momento economico florido con l'Irlanda DUBLINO - Alitalia chiude gli uffici di Dublino. La notizia vagava da diversi mesi negli ambienti italiani dublinesi. La compagnia di bandiera con il suo quartier generale in Dawson Street chiude baracca e burattini e manda tutti a casa. Una durissima sconfitta per tutta la dirigenza e per una bella fetta di italiani che volavano con la compagnia di bandiera. Alitalia decide di tagliare proprio nella tana dei lupi, quella di Ryanair ed Aerlingus. Con molta probabilita' Alitalia ha voluto tagliare qui perche' competere con il gigante irlandese della low cost era una battaglia gia' persa in partenza. Nessuna possibilita' di competere con i prezzi. Un altro capitolo del lungo e brutto risveglio di Alitalia, la compagnia di bandiera che opera in un mondo globalizzato dove le bandiere non ci sono piu'.
La compagnia che nonostante le strategie di privatizzazione del governo e’ ancora praticamente in mano allo Stato. I guai affondano le radici negli anni 80, quando nella seconda meta’ della decade si affrontano esercizi in perdita. La liberalizzazione del settore degli anni ’90 determina poi una competizione sempre piu’ ampia e specializzata. A causa del ritardato lancio di Malpensa purtroppo affonda l’accordo con KLM che poteva preludere alla costituzione di una joint-venture competitiva sui mercati internazionali. Per ironia della sorte, il progetto Malpensa poi si rivelera’ negativo a causa dei problemi finanziari e organizzativi che genera (la difficolta’ di gestire due hub). L’avvento delle compagnie low cost da’ l’nnesima spallata ad un'azienda che non riesce piu’ a recuperare: esse fondano il successo sulla strategia aggressiva di prezzi per le rotte brevi e medie, a fronte di una minimizzazione dei costi del personale e del servizio offerto. Alitalia di contro e’ costretta a mantenere prezzi dei biglietti non competitivi per coprire gli elevati costi di gestione: in particolare i contratti onerosi del personale e i costi di manuntenzione di una flotta piuttosto vecchia. Gli eventi internazionali come l’11 settembre e l’aumento del costo del petrolio non possono essere alibi ulteriori per giustificare la crisi sempre piu’ evidente, perche’ sono fattori che hanno investito tutto il settore aereo. Le strategie del Governo sono state inefficaci, quando non deleterie. L’esecutivo e’ stretto nella morsa della Commissione Europea che bolla come aiuto di Stato ogni investimento strutturale e dei sindacati, frazionati ma potenti. Questi ultimi hanno spesso ottenuto contratti elevati (specie per la categoria piloti), non collegati all’effettiva performance. I sindacati non solo si sono opposti ad ogni ipotesi di privatizzazione, ma perseguono una linea di scioperi sistematici ogniqualvolta si propongono piani di ristrutturazione. La conseguenza e’ che lo Stato inietta costantemente denaro pubblico per tappare le falle di breve periodo e non ha la volonta’ o la forza di adottare piani industriali di lungo periodo. La compagnia e’ perennemente sull’orlo del fallimento, perde mercato e credibilita’ internazionale e avrebbe difficolta’ a trovare un acquirente. I dipendenti, sono sotto la scure degli esuberi e l’ultimo lampante esempio e’ la ricapitalizzazione del 2005, di fatto un altro intervento di Stato per salvare il salvabile, che mantiene il 49.9% del capitale dell’azienda in mano pubblica. Una privatizzazione farsa, che a meno di un anno di distanza rivela il suo fallimento, come la gestione dell’ennesimo boiardo di Stato Cimoli, espressione della lunga mano della politica italiana nella gestione dell’industria.
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Ultimo aggiornamento ( venerdì 03 novembre 2006 )
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