|
CATANIA - Parla Brendan Keenan uno degli economisti irlandesi più qualificati. Ha lavorato per il Belfast Telegraph, Radio Televisione irlandese, Financial Times e, 1993 è direttore del settore economico della catena di giornali Independent Newspapers. Al recente incontro: Sicilia – Irlanda - Due isole a confronto nell’Unione Europea, che si è svolto a Catania, Brendan Keenan ha parlato sul seguente tema di cui riportiamo alcune osservazioni.
LA SFORTUNA DEGLI IRLANDESI? UNA GUERRA DI RELIGIONE SENZA MATERIE PRIME  Enzo Farinella fondatore di Casa Italia Cultural Centre e Raffaele Lombardo presidente della provincia di Catania promotori del convegno Irlanda-Italia «Gli americani hanno un detto: “La fortuna degli irlandesi”, ma gli irlandesi non si sono mai considerati come particolarmente fortunati. Alla mia generazione è stato insegnato che l’Irlanda ha avuto una storia sfortunata – offuscata dal suo potente e più grande vicino, una nazione cattolica nel Nord Europa che è divenuta un campo di battaglia nelle guerre religiose del XVI e XVII secolo.
Più tardi, sembrò che ci fosse una sfortuna economica. L’isola non aveva riserve rilevanti di carbone e acciaio e la rivoluzione industriale non avvenne mai, eccetto per la regione vicino Belfast. La mancanza di crescita industriale fu una delle ragioni dietro la Grande Fame del 1848, quando morte ed emigrazione videro la popolazione dimezzarsi in 20 anni. La popolazione adesso sta crescendo rapidamente ma, caso unico in Europa, è ancora allo stesso livello del 1880. E’ stato anche detto che gli irlandesi passano molto tempo a pensare sulla loro storia. La verità è che nel secolo XX siamo stati fortunati – diventando più fortunati col passar del tempo. L’Irlanda del Sud – che adesso chiamiamo la Repubblica Irlandese – è stata capace di rimanere neutrale nella Seconda Guerra Mondiale ed evitò gli orrori inflitti all’Italia e a quasi tutte le nazioni europee. Momenti economici fortunati vennero poco dopo. Il più importante fu nel 1973 quando l’Irlanda entrò a far parte dell’Unione Europea. La nostra nazione si era trovata in una posizione difficile prima di allora. Condivideva la stessa moneta con l’Inghilterra, ma aveva un’economia meno progressista. In genere, I suoi migliori prodotti erano alimentari e bevande, ma con I sussidi che gli inglesi davano ai loro contadini e con la competitività proveniente dall’Australia e dalla Nuova Zelanda, diventavano un affare marginale». L’IRLANDA DECIDE DI ATTRARRE INDUSTRIE MANIFATTURIERE STRANIERE «Ricordo tutto questo perché credo importante considerare da dove le radici della politica economica irlandese attuale, che sembrano godere oggi di tanto successo – arrivano. Molto prima dell’entrata nell’UE – nel 1960 infatti – l’Irlanda decise che una via d’uscita dalle sue difficoltà era quella di attrarre industrie manifatturiere straniere nel proprio territorio. E’ grave errore pensare che lo straordinario successo economico dell’Irlanda sia avvenuto improvvisamente. Molte convergenze ci sono state e alcune di queste si sono sviluppate durante decadi. In quel tempo, la politica di non far pagare alle compagnie estere tasse sui profitti dalle loro esportazioni e permettere loro di mandare all’estero tutti questi profitti se così volevano – fu rivoluzionaria. Molte nazioni, in circostanze meno difficili, non avrebbero acconsentito a una simile misura. Ancora oggi esistono perplessità in Irlanda sulla natura di questa politica. Sono abbastanza attenuate, dopo 50 anni di successo, ma stanno riaffiorando oggi». LA GLOBALIZZAZIONE «L’esperienza irlandese è stata che mercati aperti – che chiamiamo oggi “globalizzazione” - apportano molto più benefici anzichè pericoli a piccole economie aperte. Diversamente come potranno prosperare se si trovano alla mercè di accordi e intese fatti tra le grandi potenze economiche? Non è una pura coincidenza che varie economie di successo sono molto piccole, come Singapore, Hong Kong, o quelle del Nord, che hanno una popolazione poco numerosa. Diversa è la questione per regioni di nazioni più grandi, come la Sicilia. Questa è una questione chiave per noi per lo sviluppo economico del Nord Irlanda, come parte del Regno Unito. Gli stessi principi si applicano, ma il livello di autonomia finanziaria per una regione, soprattutto per quanto riguarda la tassazione, fa la differenza. Esser membri dell’UE è la cosa migliore per la globalizzazione – con libero scambio di persone, beni, capitali, ma dentro di un quadro politico e con regole concordate. L’Irlanda ha visto fin dall’inizio che la partecipazione era nel suo interesse. Non solo ha reso la nazione parte di un mercato più vasto, ma ha dato importanza e potere a stati-membro più piccoli che non avrebbero potuto averli come stati nazionalmente “sovrani” trattando con quelli più grandi. Ma eravamo anche molto coscienti che avremmo avuto benefici finanziari diretti. Il primo e più importante per l’agricoltura, con prezzi alti garantiti per i prodotti. La Politica Comunitaria Agricola rimane la fonte più grande per gli aiuti UE all’Irlanda, e tale rimarrà la situazione per altri anni, nonostante il suo alto reddito pro capite. L’importanza dello sviluppo di questa nazione, soprattutto nei primi 15 anni di unione, forse viene sottovalutata. LA CREAZIONE DI FONDI STRUTTURALI UE «La creazione di fondi strutturali UE su larga scala alla fine degli anni ’80 è venuta proprio al momento giusto – un po’ di buona fortuna per la prima volta! Bisogna ricordare che la nazione ha avuto un boom prima, alla fine degli anni ’60 e inizio dei ’70. Ma non ha saputo rispondere allo shock del prezzo del petrolio, in particolare a quello del 1979, con conseguente crisi fiscale severa. E’ difficile crederlo adesso, ma l’Irlanda era la nazione europea con più debiti nel 1982. Per riportare equilibrio nelle finanze pubbliche, il governo irlandese virtualmente ha smesso di investire in infrastrutture pubbliche. E queste erano già povere. L’arrivo dei primi fondi importanti nel 1989 significò che il Governo doveva investire per usufruire dei fondi UE. Il tempo era propizio su altri fronti, con crescita globale buona dal 1987 in poi, con appena una corta interruzione acuta causata dalla recessione della Guerra del Golfo. I fondi UE hanno permesso al programma capitale di ricominciare prima del previsto, e l’investimento è stato di gran lunga superiore di quanto il governo irlandese avrebbe potuto fare da solo». I FONDI STRUTTURALI UE DEGLI ANNI ‘90 «Negli anni ’90 i fondi UE, nel loro apice, costituivano quasi il 4% del reddito nazionale. Questa è una grande somma, ma non può spiegare la crescita dell’Irlanda, come viene ancora ritenuto comunemente. Nella parte migliore degli anni ’90, l’economia cresceva circa del 10% all’anno. Gli altri due fattori importanti furono la forzata svalutazione della moneta irlandese quando la sterlina inglese lasciò il sistema monetario europeo nel 1992, la formazione dell’Euro nel 1999, e il boom economico americano degli anni ’90, guidato dal settore dell’information technolgy. I primi due resero l’Irlanda altamente competitiva con tasso d’interessi zero, mentre l’IT, insieme ai prodotti farmaceutici, fu l’industria che l’Irlanda volle attrarre. Sono queste le industrie tipiche che beneficiano di profitti a basso regime fiscale soprattutto quando tale regime funziona in un’isola! Esse devono avere valori aggiunti, per generare grandi profitti, e devono essere piccole in volume, per tagliare il costo dei trasporti. Più recentemente in industrie di servizi come Google, i profitti sono enormi senza alcun volume fisico. Con simili livelli di crescita, l’investimento nelle infrastrutture cresceva. E’ ancora inadeguato in Irlanda, ma sarebbe stato peggiore senza i fondi europei. Quindi, i fondi, oltre ad originare crescita diretta, incrementano quella potenziale». PIANIFICAZIONE E VALUTAZIONE DEI PROGETTI «Un altro beneficio fu che essi hanno contribuito molto nella pianificazione e valutazione dei progetti. Prima dei fondi UE, gli investimenti dipendevano dallo stato della finanziaria dell’anno. Nessuna strada veniva costruita e i lavori potevano bloccarsi per anni perché le finanziarie non avevano fondi. Per accedere ai fondi UE era necessario un piano specifico. Dopo bisognava valutare i progetti, per vedere come i soldi erano stati spesi. E’ interessante che, una volta immessi in questo sistema, l’Irlanda diede prova di bravura nel pianificare. Una delle ragioni nel trarne vantaggio fu che a Bruxelles si aveva la sensazione che i soldi venivano spesi meglio in Irlanda che in altre nazioni, come Grecia, Portogallo e Spagna. Il timore adesso è che, non tanto che i fondi si stanno esaurendo – finiscono quest’anno per noi – ma che simile prospettiva UE abbia fatto il suo corso. La cosa più sorprendente sul come l’Irlanda ha usato i fondi UE è che circa la metà sono andati per progetti di “risorse umane”, riqualificazione e formazione. Devo ammettere che sono stato dubbioso su questo all’inizio, perché le infrastrutture fisiche erano pessime, ma forse è stata una buona decisione». POPOLAZIONE GIOVANE NUMEROSA «La popolazione giovane dell’Irlanda è la più numerosa d’Europa. Il Governo forse non si rese conto allora che tutti questi giovani avrebbero potuto trovare lavoro a casa, e che avremmo avuto bisogno di molti immigrati. Ma pensò che, se dovevano emigrare, era meglio dare una buona istruzione, e forse alcuni sarebbero tornati e avrebbero dato un contributo». IL BOOM DELL’INFORMATION TECHNOLOGY «Così l’accento fu posto su qualità e titoli che sarebbero stati utili all’industria, soprattutto a quella dell’information technology. Il boom globale dell’IT negli ’90 significò che questa crescente forza lavorativa altamente qualificata, allora a poco prezzo, costituiva una grande attrazione per le compagnie multinazionali, soprattutto le americane. C’e stato molto da recuperare, perché, molto più tardi di altre nazioni del Nord Europa, l’Irlanda introdusse la scuola secondaria d’obbligo negli anni ’60. Svariate analisi economiche suggeriscono che il miglioramento nella formazione dei giovani è stato l’unico e più importante movente della crescita economica dell’Irlanda, per la sua efficacia nella produttività». CONCLUSIONI «In conclusione, molti fattori del recente successo irlandese non si possono ripetere in altre parti d’Europa. Quel che possiamo chiederci è quali lezioni hanno un risvolto generale e quali sono state dovute alla fortuna degli irlandesi. In particolare, la percentuale crescente di nuovi operai che abbandonano la scuola per aggiungersi alle forze lavorative, è unica in Irlanda. La partecipazione delle donne si è raddoppiata in Irlanda in 10 anni. Tutte le nazioni possono riflettere su come sviluppano e usano il loro capitale umano. L’Irlanda ha ancora una lunga strada da percorrere. Uno studio recente di un pensatore tedesco – il primo in questo settore – pone l’Irlanda in una via di mezzo quando si considera il modo generico per migliorare la conoscenza. Gli scandinavi risultano i migliori e, mi dispiace dirlo, l’Italia figura all’ultimo posto. Cosa più controversa: dovrebbero altri seguire la politica di mettere la nazione a servizio delle multinazionali? In Irlanda, la legge, il sistema scolastico e la politica del governo sono tutti tesi a fare della nazione un magnete per investimenti stranieri diretti. E’ stata una buona cosa per noi, ma forse quel che funziona per un’isola-nazione di quattro milioni di abitanti, non è bene per altre. Quel che posso affermare è quanto segue: se si ha una politica dalle porte aperte, spalanca la porta del tutto. Tasse basse da solo non bastano. Possiamo concordare che l’investimento efficiente di fondi pubblici, sia che provengano dall’UE o nazionali e tasse locali, è importante per massimizzare la crescita economica che generano. E’ la natura dei sistemi politici che sperpera molti di questi investimenti o che porta un ritorno povero. Esistono in Irlanda segnali chiari, con il miglioramento della situazione economica e finanziaria, che i criteri si stanno indebolendo. I problemi del successo sono migliori di quelli dell’insuccesso, ma abbiamo poca esperienza nel trattarli» |