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Dublino: Martina Mengoni in Irlanda per un Erasmus in filosofia PDF Stampa E-mail
Scritto da Martina Mengoni   

Martina Mengoni all'UCD di Dublino (foto).
Martina Mengoni all'UCD di Dublino (foto).
Si sa che molte volte c’è una buona componente casuale nelle più significative decisioni della nostra vita; questo è il mio caso. Quando sono piombata nell’ufficio erasmus della mia facoltà (filosofia, università di Pisa) non avevo le idee chiare sulle mete da indicare nella mia domanda. Volevo imparare l’inglese, ma volevo anche una città piena di storia, di persone, di passato e di futuro. Così ho scelto Dublino; poi, quando sono tornata a casa, ho ripensato alle canzoni e ai libri su questa città, alla leggendaria e stregata Irlanda. Ma solo dopo. Davanti alla burocrazia  sono stata spinta da un’affascinante mescolanza di incoscienza e caso. E ora sono qui.
Mi chiamo Martina Mengoni, ho ventidue anni e mezzo, e sono atterrata a Dublino domenica 13 gennaio, a sera, come tutti quelli che partono da Pisa. Sono arrivata qui per studiare filosofia all’UCD –attraverso il progetto Erasmus - nei prossimi sei mesi. Soprattutto per fare un’esperienza internazionale, per imparare l’inglese e per mettermi alla prova. Sto studiando per la laurea specialistica, potrei voler fare la giornalista nei prossimi anni della mia vita (già collaboro con un quotidiano toscano, il Tirreno) e di conseguenza amo raccontare ciò che accade, anche ciò che accade a me.
Da lunedì 14 gennaio vivo al campus UCD di Blackrock, ho una bella camera che si affaccia su un prato e condivido la cucina con studenti –Erasmus e non- da tutto il mondo.
In queste due settimane ho avuto le più singolari e differenti esperienze, grammaticali, finanziarie, geografiche e affettive, ma l’impatto più forte è stato quello con l’università. L’idea di campus attraversa le menti degli studenti italiani solo davanti alla tv, o al massimo al cinema. È completamente al di fuori del nostro quotidiano; così, quando sono entrata a Belfield- il campus principale dell’Ucd, a dieci minuti di autobus da Blackrock-  per la prima volta mi è sembrato di entrare in una città. In effetti potrebbe esserlo: oltre ai dipartimenti di ogni facoltà ci sono bar, ristoranti, appartamenti, negozi, campi da calcio, palestra, prati verdissimi, parcheggi; con la stessa frequenza con cui in italia ci sono i cestini della spazzatura, qui ci sono computer con accesso libero ad Internet: nella hall del Newman Building, l’edificio di Arts and Humanities, ne ho contati una ventina di sicuro. I dipartimenti pisani sparsi per la città, ricavati da poco più che condomini/appartamenti sono un ricordo lontano, certo non privo di lati affascinanti (seminterrati ancestrali, lungarni assolati con studenti mangianti e leggenti dispense) ma del tutto estranei all’Irlanda. L’Unione degli Studenti ha un negozio ed organizza molte iniziative; ci sono societies per ogni attività a cui tu decida di appassionarti, dalla filosofia alla ginnastica passando per gli scacchi e le scienze. Non c’è esperienza che uno studente non possa fare all’interno del campus.
Gli americani che vivono con me a Blackrock non sono affatto stupiti della loro nuova università. Il loro quotidiano non ha subito rivoluzioni. Ma per me, abituata a piccole dimensioni, a uffici nascosti, a corridoi senza sedie, girare l’angolo e scoprire divanetti e poltrone davanti alle aule, linee colorate sul pavimento da seguire per trovare le proprie classes, è davvero impressionante.
Non so a quanto ammontino le tasse annuali per uno studente dell’University College of Dublin con reddito familiare medio e, visto il costo generale della vita qui, immagino non si possano per niente paragonare a quelle italiane (ma mai dire ma: avreste mai pensato che in uno stato ricco e non molto economico come la Svezia l’università fosse gratis?); mi piacerebbe documentarmi nelle prossime settimane, per continuare il viaggio parallelo tra Italia e Irlanda, molto simili per vocali e bandiere.
Vorrei segnalare un’ultima caratteristica che ha sconvolto le mie categorie mentali: qui è obbligatorio effettuare una registrazione online per i corsi a cui si intende prendere parte; una volta effettuata, sulla homepage di ogni singolo studente compare il proprio timetable settimanale personale. È una procedura poco complicata, che credo con facilità potrebbe essere importata nel nostro paese; e non voglio sottolinearne l’aspetto tecnico quanto piuttosto quello psicologico. È come se l’università ti prendesse per mano nei tuoi studi, non lasciandoti solo in balia dei crediti e della burocrazia come molto spesso è il caso italiano. C’è una sorta di assistenza rassicurante da parte dell’ente universitario che fa sentire lo studente tutelato, meno precario e soggetto a una prassi egalitaria. Certo si potrebbe anche rovesciare la frittata, chiedendosi perché mai lo studente debba diventare così passivo; perché mai debba ottenere proprio tutto scodellato dall’università; se non sarebbe più bello dover uscire per comprare libri e andare alle feste e dover riuscire anche a pianificarsi l’orario settimanale da soli.
Le prime impressioni paiono essere queste. Si potrebbe continuare a parlare a lungo anche dei rovesci della medaglia del sistema universitario irlandese (alcuni italiani che ho conosciuto sono abbastanza concordi nel considerare il livello di difficoltà molto molto più basso di quello italiano, ma devo ancora sperimentare sulla mia pelle questa affermazione). Si potrebbe continuare ma si potrebbe anche aspettare, e rimandare alle prossime settimane, quando le mie impressioni non saranno più prime ma seconde o terze e quando potrò quindi continuare con parole più sagge e precise il racconto del mio viaggio italiano nel mondo –universitario e non solo- irlandese.





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