 Una scena tratta dal film The Fading Light Siccome l’International Film Festival di Dublino volge al termine dopo riconoscimenti, premi e proiezioni a sorpresa, Donald Clark analizza una quindicina di film, caratterizzati dalla sempre maggiore importanza attribuita alle registe donne.La frase “Grazie a Dio è finita” difficilmente ha una connotazione positiva, ma Ivan Kavanagh, giovane registra del nuovo, straordinario film irlandese The Fading Light, proiettato in esclusiva al Jameson Dublin International Film Festival giovedì scorso, ha potuto, abbastanza ragionevolmente, tirare un sospiro di sollievo vedendo i volti soddisfatti del suo pubblico e considerandoli come un’espressione di fiducia. L’ultimo film di Kavanagh, il dramma Our Wonderful Home, era pieno di potenzialità, ma è stato in qualche modo deludente per le tematiche scontate e banali. Il nuovo film è invece tutto un altro mondo. Avvicinandosi molto alle più lugubri tragedie di Ingmar Bergman, come Cries and Whispers, The Fading Light racconta la morte di una madre a causa di una straziante malattia. Le due figlie vagano per la casa, ricordando i loro traumi infantili, mentre il fratello, che ha delle serie difficoltà di apprendimento, piange tristemente nel corridoio. L’infermiere consiglia alla paziente diversi rimedi palliativi assolutamente sgradevoli. Questo film è assolutamente coraggioso nel suo rifiutarsi di ammettere dei sentimentalismi e nella sua determinazione nel guardare la sofferenza dritto negli occhi. Lo spettatore è assolutamente sconvolto da questa esperienza – forse perché c’è qualche catastrofe di troppo? – ma allo stesso tempo entusiasta nel vedere fino a dove arriva questo talentuoso regista. The Fading Light si è meritato di vincere il premio come Miglior Film Irlandese al secondo Dublin Film Critic Circle (DFCC) Awards, sabato scorso. Quella sera è avvenuta anche la presentazione del primo Michael Dwyer Discovery Award. L’encomio, presentato da Brian Jennings, partner del defunto fondatore del festival, è andato alla direttrice della fotografia Kate McCullough per il suo lavoro nell’acclamato documentario di Ken Wardrop, His&Her. Il film si è anche aggiudicato il premio come Miglior Documentario. Il premio come Miglior Film Internazionale è andato invece allo scomodo dramma australiano di Warwick Thornton, Samson & Dalilah. Il DFCC, la cui presidentessa attuale è Tara Brady della rivista Hot Press,ha dato il Premio Speciale della Giuria al piacevolmente folle e stranamente esilarante Lieutenant: Port of Call New Orleans di Werner Herzog. Quando i giornali hanno fatto trapelare la notizia che il grande regista tedesco, rinomato per le sue abitudini eccentriche e le sue uscite pericolose, stava per dirigere una variazione – non è un vero e proprio remake ma neanche un sequel – di un famoso film un po’ depravato di Abel Ferrara, gli appassionati di cinema hanno trattenuto il respiro, aspettandosi qualcosa di assolutamente sublime. E così è stato. Nic Cage interpreta un personaggio fuori dal comune, vestendo i panni di un poliziotto drogato che deve fare i conti con il mal di schiena in seguito all’uragano Katrina. Nessun altro avrebbe potuto interpretare questo film così sbalorditivo. (O magari nessun altro avrebbe voluto farlo.) Non troverete nient’altro di maschile se non questo thriller diretto da Werner Herzog con un poliziotto un po’ hard boiled interpretato da Nicolas Cage. L’edizione 2010 del festival è stata caratterizzata da una maggiore visibilità per quanto riguarda le registe donne. Svolgendosi una settimana prima, il JDIFF ha ospitato un gran numero di film realizzati da registe donne, molti dei quali in prime slot, e Kathryn Bigelow sembrava essere destinata ad essere la prima vincitrice dell’Oscar come Miglior Regista. Cairo Time di Ruba Nadda, la cui protagonista è Patricia Clarkson in un Brief Encounter del vicino oriente, e Partir di Catherine Corsini, in collaborazione con Kristin Scott, ospite del festival, sono stati entrambi proiettati durante questa serata. “In termini di piazzamento, i film mettono in luce i loro propri meriti,“ha detto Gráinne Humphreys, direttore del festival. “Negli anni passati, partecipavano al festival meno registe – o attrici – rispetto alle aspettative. C’era un obiettivo, ma non volevamo parlarne apertamente”. Tra i nuovi film proposti da registe donne c’era il massacrante Foxes di Mira Fornay. Fornay, laureata in cinema e proveniente dalla Repubblica Slovacca, analizza con occhio originale – il film è troppo triste per usare parole come “fresco” – gli angoli più grigi di Dublino, attraverso la connessione di diverse storie di immigrati. La giovane regista riprende le scene come una veterana del realismo, ma forse il film è ancora un po’ troppo sfocato per soddisfare veramente. Un’altra fuoriclasse che ha analizzato l’Irlanda da un punto di vista particolare è Urszula Antoniak, con il suo originale ed insolente Nothing Personal. Il film segue la storia di una immigrata mentre cammina per le strade di Connemara e incontra un eremita, magistralmente interpretato da Stephen Rea. Antoniak, di origini polacche, ma che oggi vive nei Paesi Bassi, scopre così uno o due angoli “puliti” della città, da cui riprende il magnifico paesaggio irlandese. È stato un grande anno anche per i documentari nazionali. Jimmy Murakami, animatore veterano giappo-americano, la cui maggior parte dei film è realizzata in Irlanda, è ricomparso per la prima del toccante film di Sé Merry Doyle, Jimmy Murakami: Non Alien. Durante la Seconda Guerra Mondiale il soggetto è stato trasportato in un campo per gli ostili agli alieni nel deserto californiano più profondo e, negli ultimi anni, ha trattato l’argomento attraverso una serie di dipinti deliziosamente ingenui. Il film racconta in maniera molto toccante il sempre rimandato ritorno al campo. Realizzato grazie all’iniziativa dell’ Arts Council’s Reel Art, Non Alien ha dimostrato di essere una delle colonne portanti dell’industria cinematografica. La prova che i documentari possono essere altrettanto appassionanti dei drammi è arrivata col tanto irresistibile quanto bizzarro Colony di Carter Gunn’s e Ross McDonnell. Questo non è l’unico documentario realizzato negli ultimi tempi che tratta il misterioso tema della sparizione delle api – definito Colony Collapse Desorder – ma, riducendo ore e ore di riprese a 87 minuti, i registi irlandesi hanno creato un racconto sorprendentemente appassionante. Una sequenza veramente sbalorditiva, che dovrebbe comparire in una versione digitale di Days of Heaven di Terrence Malick, mostra la telecamera in agguato sopra la spalla di una mamma-ape, mentre suo figlio, accanito produttore di miele, non riesce a imporre le sue richieste ad un cliente. Fondamentalmente, il film è un dramma personale piuttosto che uno studio scientifico, ma ciò nonostante offre degli spunti per delle spiegazioni relative a tale fenomeno. Essendo il Rasoio di Occam quello che è, la realtà più plausibile diventa quella meno piena di fronzoli. Se invece desideravate qualcosa di meno tranquillo dell’elegante Colony , allora avreste dovuto guardare Valhalla Rising. Il regista danese Nicolas Winding Refn ha suscitato scalpore al festival dello scorso anno con il suo bruciante, rumoroso e profano Bronson. La nuova stella del cinema Mads Mikkelsen veste i panni di un selvaggio e muto Vichingo il cui nome – per ovvie ragioni – è One Eye, che accompagna un gruppo di crociati scozzesi nella loro missione verso la Terra Santa – o almeno così sperano –. Sfortunatamente,la nave va alla deriva verso ovest, portando il suo equipaggio in una terra fino ad allora sconosciuta. Questo film così lento e seducente è più vicino per certi aspetti a Aguirre, Wrath of God del nostro vecchio amico Werner Herzog che a certi thriller pieni di spade ed uccisioni come The Vikings. Ma grazie alle sue scene palpitanti e alla sua cinematografia cobalto questo film ha le caratteristiche per diventare un vero cult. Ripensandoci, un cult del genere si era già prodotto attorno alla sconvolgente tragedie greca di Yorgos Lanthimos, Dogtooth. Vincitore del premio Un Certain Regard al Festival di Cannes dello scorso anno, il film racconta lo storia di una famiglia disturbata che – seguendo la paranoia del patriarca – ha deciso di isolarsi completamente dal mondo esteriore. I gatti sono visti come un terribile pericolo. La famiglia ha il suo vocabolario, anche abbastanza comico. Tra i pregi di questo film c’è quello di saper cambiare tono in un secondo. Per la maggior parte della sua durata, il film sembra essere una commedia grottesca. Ma poi, in un impeto di violenza, ci viene ricordata la natura piuttosto sinistra della famiglia. Si possono cogliere dei rimandi a Luis Buñuel o David Lynch nell’universo di Dogtooth, ma questo film mantiene tuttavia la sua natura bestiale. Un altro momento saliente della seconda settimana del festival è giunto con il già ampiamente acclamato Lebanon di Samuel Maoz. Il film, vincitore del primo premio al Festival del Cinema di Venezia, racconta le esperienze dell’equipaggio israeliano di un carro armato durante l’invasione del Libano del 1982. Il regista, egli stesso combattente durante quel conflitto, ha descritto in modo commovente il fatto che lui considerasse il film come un modo per mettere in luce le sue “responsabilità”legate al conflitto. Visto l’argomento spinoso, ci sono state delle domande inevitabilmente molto dure dal pubblico. Maoz, un personaggio molto robusto, è rimasto calmo sotto il fuoco incrociato della critica. Il festival è finito ieri sera, come sempre con il tanto discusso film a sorpresa, alcune proiezioni di gala e la partecipazione di molte celebrità. Ad esempio, la torreggiante Tilda Swinton è intervenuta per presentare la sua nuova performance, I Am Love. Diretto da Luca Guadagnino, il film è una lunga saga familiare ambientata nell’élite milanese. Swinton è un’imperiosa immigrata russa, le cui azioni mettono in pericolo il possente patrimonio economico del marito. Caratterizzato gustose lezioni di cucina e passaggi senza fine in graziosi corridoi, il film non potrebbe non venire dall’Italia. Tutto emana classe. E il film a sorpresa…? Beh, è stata una vera sorpresa. Una commedia leggera ma al contempo esistenziale come Greenberg di Noah Baumbach, che ha ricevuto molti elogi dopo la sua prima al Berlin Film Festival, ma che nell’indovinello annuale del JDFF non era stata minimamente calcolata. Con il protagonista Ben Stiller che veste i panni di un uomo completamente alla deriva in un’insensibile Los Angeles, questo film segna un vero ritorno alle origini per Baumbach, dopo il deludente e pomposo Margot at the Wedding. I premi del Dublin Film Critics Circle.
Miglior Film : Samson and Delilah Miglior Film Irlandese: The Fading Light Migliore interpretazione maschile: Patrick O’Donnell ( The Fading Light ) Migliore interpretazione femminile: Tilda Swinton ( I Am Love ) Miglior regista: Giorgos Lanthimos ( Dogtooth ) Miglior documentario: His & Hers Premio speciale della giuria: Bad Lieutenant: Port of Call New Orleans Michael Dwyer Discovery Award – Kate McCullough per il suo lavoro in His & Hers
|