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Gli ospedali in Irlanda sono da Terzo Mondo PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Cassandra   

Claudio Cassandra trascorre una notte nella corsia di un ospedale prima di essere visitato
DUBLINO - Provate a chiedere ad uno straniero se sia disposto a farsi curare qui in Irlanda e al novanta per cento dei casi vi

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Per Claudio Cassandra gli ospedali irlandesi sono da terzo mondo
sentirete rispondere di no, perché tutti sanno che il miglior dottore è sempre quello del proprio paese, o della propria città. A volte però non è proprio possibile evitare il contatto con la sanità locale e allora avere qualche notizia in più su come funziona aiuta di sicuro ad evitare l’impatto traumatico. Prendo quindi spunto da un fatto accadutomi il mese scorso per rivelarvi alcune sorprese del sistema sanitario irlandese e darvi dei consigli su come ci si debba muovere tra ospedali e medici locali.

Tutto cominciò la notte in cui un maldigola trascurato mi costrinse a recarmi al più vicino ospedale in cerca di sollievo. Il pronto soccorso del Mater Misericordiae Hospital di Dublino alle tre di notte non è di certo un bello spettacolo e l’unico desiderio che si ha quando non si riesce nemmeno ad inghiottire la propria saliva è di essere rassicurati da un medico il più presto possibile.  Io, invece, dovetti prima rispondere ad un questionario anagrafico e poi, dopo circa mezzora, fui chiamato dall’infermiere addetto a smistare le visite mediche. Anche l’infermiere si accertò che le mie informazioni di contatto fossero corrette e quando ebbe finito di compilare l’ennesimo questionario, mi diede un analgesico e mi raccomandò molta pazienza poiché l’attesa per vedere il medico sarebbe stata lunga.

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Medici irlandesi durante un intervento. La sanita' irlandese e' il fanalino di coda in Europa

Perciò, mi misi l’animo in pace e tornai col mio braccialetto numerato a far compagnia agli altri malati in sala d’attesa. Mano a mano che il tempo passava le teste si piegavano sotto il peso del sonno, ma tornavano su non appena il tipo delle pulizie passava lo strofinaccio vicino ai piedi. L’ospedale era certamente pulito, peccato però che la porta d’ingresso restasse aperta la maggiorparte del tempo lasciando entrare folate di vento gelido.
Erano circa le quattro di mattina quando un ragazzo, che avrebbe dovuto entrare prima di me, stanco di aspettare, convinse la madre di essere guarito e se ne tornò a casa. Per il piccolo gruppeto rimasto l’attesa continuò come prima tra gli spifferi della porta aperta e i richiami di una guardia che badava a non fare addormentare le persone. Nessuno veniva più chiamato.
Quando cominciò ad albeggiare arrivarono pian piano altre persone, ma queste stranamente avevano tutte in mano un foglio con un grande numero e venivano chiamate prima di noi. Alle otto, avvertì il mio supervisor che non sarei venuto al lavoro e chiesi alla nuova signorina della reception quanto ancora avrei dovuto aspettare per la visita. Mi rispose che non mi dovevo preoccupare perché vi era solo una persona prima di me. Intanto gli sfortunati del mio gruppo di attesa cominciavano già a ricevere delle visite. Erano gli amici e i parenti che portavano delle cose da mangiare per sostenere i propri cari. Mi capitò allora di parlare con una signora irlandese e venni a sapere che era arrivata al pronto soccorso ben due ore prima di me a causa di un sordo dolore al petto: se non altro tutte quelle ore di attesa avevano dimostrato che non era niente di grave perché in caso contrario la signora non avrebbe più avuto bisogno di un medico. Evitai comunque di rassicurarla con la mia diagnosi pratica.
Alle dieci la stanchezza, la fame e la frustrazione per il trattamento subito si aggiunsero al mio maldigola e resero la situazione insostenibile. Feci la fila alla reception e la signorina questa volta apparve confusa e mi consigliò di entrare in infermeria per parlare direttamente con il dottore. Lo spettacolo che mi si presentò fu quello di un alveare impazzito dove dottori ed infermieri non avevano un attimo di tregua. In un angolo sedeva però la signora irlandese chiamata prima di me che continuava, affranta, ad aspettare. Fermai una ragazza in camice e le raccontai della mia lunga attesa. Tutto quello che potè rispondermi fu che alcuni casi erano più importanti di altri. Quelle parole ebbero l’effetto di farmi considerare anche il mio soffocante maldigola una sciocchezza in confronto ai casi più gravi.
Uscì immediatamente dall’ospedale ed entrai nella prima farmacia che mi si presentò davanti. Comprai un analgesico e chiesi dove potevo trovare il più vicino GP o general practitioner, l’equivalente del nostro medico di famiglia. All’ambulatorio l’attesa durò solamente un’ora ed ebbi almeno il beneficio di poter leggere delle riviste. Il dottore, davanti alla mia bocca spalancata, non ebbe un attimo di esitazione nel diagnosticarmi una tonsillite acuta, meravigliandosi che non fossi corso prima da lui. Mi prescrisse un ciclo di antibiotici che sarebbe durato una settimana, ma, fatto strano, i giorni di malattia che potè assegnarmi furono soltanto tre.
Pagai per la visita 45 euro, un onorario inferiore alla media di un GP locale, ma sfortunatamente non mi venne in mente che col medico di famiglia avrei potuto utilizzare la cosiddetta European Halth Insurance Card, in altre parole la tessera europea di assicurazione malattia che dal primo novembre 2004 ha sostituito il vecchio modello cartaceo E111.
Ignorando i miei diritti di cittadino europeo comperai anche gli antibiotici che si rivelarono presto impotenti di fronte alle dimensioni raggiunte dalle mie tonzille. Tornai a lavoro, ma le condizioni di salute non migliorarono affatto e al dolore alla gola si aggiunse anche la febbre. Finito il ciclo di antibiotici dovetti riprendere dei giorni di malattia e mi ritrovai ancora una volta nella stanza d’attesa dell’ambulatorio in compagnia di pazienti provenienti da ogni parte del mondo. Il nuovo medico rimase colpito dalla persistenza dell’infezione e chiamò a raccolta le due infermiere perché guardassero con compatimento le mie enormi tonzille.
La singolarità del caso spinse l’anziano dottore a tirar giu dallo scaffale un grosso libro di medicina, nel quale trovò altri due antibiotici che avrebbero dovuto fare al caso mio. Il problema non era da sottovalutare e se entro due giorni non avessi mostrato segni di miglioramento sarei dovuto tornare di corsa da lui. Questa volta però ebbi il buon senso di mostrare la mia tessera sanitaria che mi risparmiò sia il costo della visita che quello dei medicinali.
Come c’era da aspettarselo due giorni dopo il dottore si ritrovò ancora davanti le mie tonzille ingrossate, io, invece, i commenti di pietà espressi dalle infermiere. Ormai era necessaria una cura più drastica che solo l’ospedale abrebbe potuto fornire. Mi consegnò due lettere con la descrizione del mio male e mi mandò direttamente al reparto casualties del Mater Hospital, ovvero il famigerato pronto soccorso che tanto mi aveva estenuato.
Mi recai all’ospedale convinto di dover aspettare almeno fino a sera per il ricovero. Invece, dopo circa due ore trascorse in un dormiveglia febbricitante, mi ritrovai all’interno dell’ospedale con un ago piantato al braccio e una sonda in fondo alla cavità nasale che scrutava la mostruosità delle mie tonsille. E io che pensavo di dover usare le lettere di raccomandazione solo ai colloqui di lavoro! Anche il giovane dottore che mi visitò espresse compassione per le mie condizioni fisiche: io mi limitai a rispondere con un cenno eloquente visto che nel frattempo l’infezione si era propagata alla lingua e mi rendeva piuttosto difficile articolare le parole.
Il ricovero costituisce un punto di svolta nel trattamento ospedaliero qui in Irlanda. Alle undici di sera mi ritrovai assegnato un letto in una camerata mista di otto persone situata nell’ala vecchia dell’ospedale. Devo ammettere che il servizio era impeccabile: le infermiere si avvicendavano in continuazione per somministrare farmaci, portare da mangiare o dare informazioni, tanto che sembrava quasi di stare su un volo dell’Aerlingus. La sorpresa maggiore fu però il cibo. Se le condizioni del paziente lo consentono egli può usufruire di una dieta del tutto simile a quella di una mensa aziendale. Niente brodo o minestrina ma pure di patate, uova, pesce e bacon. Qualora le portate risultassero insipide sale e pepe sono sempre a portata di mano.
Nella camerata non vi era nessun letto libero e tutti pazienti ricoverati sembravano irlandesi. Per quanto lo consentiva la situazione il clima era piuttosto cordiale e bastò un giorno per scoprire le storie di quelli che mi circondavano. Ad esempio, il tipo del letto accanto si era infortunato ad una gamba perché uno scomodo inseguitore l’aveva costretto a saltare da un’altezza considerevole, il signore anziano di fronte era stato ricoverato per problemi di alcol, il ragazzo con la maschera d’ossigeno aveva appena subito un incidente stradale e così via.
Il giorno seguente mi trasferirono nell’ala nuova dell’ospedale dove vi era una maggiore disponibilità di letti, ma a parte la presenza di qualche straniero in più nulla cambiò nella routine ospedaliera. Ogni mattina il dottore passava a visitarmi e costatava soddisfatto i miglioramento delle mie condizioni. Il ricovero sarebbe dovuto durare due giorni ma si protrasse fino a cinque: «In fondo» mi dicevano «qui non si sta così male e a te poi non costa niente ».  E già, i cittadini italiani in temporaneo soggiorno in un altro paese della comunità europea sono tenuti a pagare soltanto le visite specialistiche, come il dentista o l’oculista, tutto il resto viene coperto dalla loro amata patria.
Al momento di lasciare l’ospedale mi fu prescritta una settimana da trascorrere a casa e un ultimo ciclo di antibiotici. Stranamente, la farmacia non accettò la prescrizione dell’ospedale. Mi mandarono di nuovo dal GP e solo con la nuova prescrizione potei ottenere le medicine gratis. Il commento di pietà dell’infermiera, che ancora ricordava le mie enormi tonsille, fu l’ultimo disagio causatomi dal sistema sanitario irlandese.


 





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Ultimo aggiornamento ( martedì 07 novembre 2006 )
 
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