 Ragazze Italiane in Irlanda (foto). Continuiamo a tenere per un po’ il filo del tema della mobilità dei giovani nel mondo di oggi, sull’abbrivio della Giornata internazionale del 13 gennaio scorso, ma anche in relazione ad un evento più ‘limitatamente italico’, quello della Conferenza mondiale dei giovani connazionali ed oriundi, in programma per l’anno in corso: un evento al quale i nostri ragazzi si stanno preparando incontrandosi con l’aiuto di Comites e Cgie, oltre che nostro, nei paesi di emigrazione, da Germania e Austria ad Argentina e Australia. Lo faremo, come al solito del patronato Inas e secondo l’ispirazione ideale della Cisl, riferendoci a quella globalizzazione virtuosa basata sull’equilibrio, sulla moderazione e la sobrietà nei rapporti sociali, cui sono autorevolmente invitati da Roma tutti coloro che aspirano ad un ordine mondiale veramente giusto, che può essere conseguito soltanto se si coltiva una grande speranza, mancando la quale si cade nell’illusione dell’ebbrezza individualistica, nutrita di superfluità e di eccessi con i quali si rovina sé stessi e il mondo. E lo faremo altresì connettendo idee e riflessioni generali alla realtà concreta, esprimibile cioè in numeri.
E che cosa ci dicono i numeri? Cominciamo dall’Italia, vista attraverso la lente oggettiva di Eurostat a proposito di disoccupazione giovanile nella UE. I dati evidenziano che, in Europa, solo Grecia e Romania presentano una situazione peggiore dell’Italia. Se si considerano i giovani sotto i 25 anni, il livello allarmante indica –20,2 per cento per noi, in peggioramento rispetto al 18,6 della rilevazione precedente di due mesi prima. Questo indice segna poi –35 in Campania e Calabria, sfiorando il –40 in Sicilia. Umiliante paragonare questa performance negativa al –10,8 della Germania ed inutile altresì discettare sociologicamente sulla ripresa dei flussi migratori dal Mezzogiorno. Tanto meno baloccarsi con la cantilena della fuga di cervelli o del saccheggio del capitale umano a danno (guarda un po’?!) delle società più povere. Serve piuttosto chiedersi: cosa fare subito, e rispondersi, altrettanto immediatamente, che in attesa di tempi migliori e per evitare che nel medio periodo siamo tutti morti, onestà intellettuale vuole che ai nostri giovani (e non solo meridionali) si dia una paterna benedizione e l’incoraggiamento ad andare a vivere il mondo! Chi tacciasse di cinismo sociale tale posizione, non farebbe che ripercorrere le strade dell’ipocrisia pelosa di quanti accusavano i nostri governanti del dopoguerra di vendere carne umana al Belgio o alla Germania in cambio di carbone o acciaio. Ma le nostre riflessioni e responsabilità di operatori sociali e sindacali sarebbero monche se ci fermassimo qui. L’altro lato della realtà è infatti quello di un’Italia che si apre e rinasce a nuova vita. Se abbandoniamo il pigro paraocchi dello stereotipo razzistico scorgiamo un’altra realtà, anch’essa concretabile in numeri. All’inizio del 1999 vivevano nei nostri confini 57,6 milioni di abitanti; alla fine del 2007 il dato era di 59,4 milioni di iscritti all’anagrafe, cui aggiungere almeno quei 655 mila extracomunitari che già vivono e lavorano nel nostro paese e che hanno avanzato, in realtà, non domande di ingresso, ma domande di regolarizzazione, anche tramite il nostro patronato. E si tratta, pure in questo caso, di giovani, o comunque di adulti nel pieno della loro vita lavorativa, che rimpinguano la classe centrale di età (20-64 anni). Dal punto di vista demografico, grazie agli immigrati, e contrariamente alle previsioni degli anni 80, vivono in Italia 4 milioni di giovani donne e uomini in più di quanto si potesse immaginare 20 anni fa. In conclusione: altro che decadenza demografica! Altro che senilizzazione della nostra società! Per soprammercato, i nuovi venuti non sono solo badanti, vu cumprà ed edili (con tutto il rispetto che il sindacato ha per tali categorie lavoratrici, che stanno entrando a schiere nelle nostre organizzazioni). Si tratta anche di ingegneri aerospaziali o metallurgici dell’Est, di impiegati amministrativi e tecnici, di tornitori di precisione o fisioterapisti o falegnami o macellai, senza i quali i mobilifici nordestini o i salumifici emiliani, per non abbondare in altre citazioni, resterebbero chiusi. Fiducia e speranza attiva nella vita e nella sua forza creatrice e rigeneratrice, dunque. E che la critica, anche la più violenta e sdegnata, non oltrepassi mai la soglia della tristezza. Tanto meno quella della disperazione. |