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Innamorarsi a Dublino PDF Stampa E-mail
Scritto da Eleonora Caselli   
Dublino di Notte
Dublino di Notte
Elena era immersa nella lettura di un quotidiano in un coffe shop del centro quando Billie le rivolse la parola chiedendole “italiana” con il tono di voce di chi conoscesse già la risposta.   La prima reazione di Elena fu di fingersi spagnola ma c’era qualcosa di accattivante nel portamento di quella tipa stranissima, forse il fatto che avesse già spostato la sedia e si fosse seduta di fianco a lei come se fossero vecchie compagne di scuola.  Billie, vero nome Elisabetta, era di Milano, a Dublino da pochi giorni.  La sua compagna di viaggio aveva rimorchiato un bellone irlandese e aveva preso a rientrare all’alba e lei si era trovata sola con il suo inglese scolastico a barcamenarsi alla meno peggio.  Avrebbe cominciato a lavorare come ragazza alla pari a Sandyford il lunedì successivo.  Era più alta della media nazionale italiana e di quella magrezza che Elena si sarebbe solo potuta sognare.  Aveva pelle di luna e un andamento molleggiato che interferiva con la sua immagine di mancata Audrey Hepburn. Indossava una maglia crochet attillatissima lunga fino alle ginocchia che la rendeva ancora più snella, una gonna di velluto nera che toccava terra e un paio di anfibi scalcagnati con i lacci allentati.  I capelli erano lunghi e lisci e di un colore che poteva essere solo il risultato di diverse tinture. Il viso sottile era dominato da occhi intelligenti color cioccolato che sprizzavano entusiasmo sotto il pesante strato di cajal. Si sedette di fianco ad Elena e chiese “ti da fastidio?” prima di accendersi una sigaretta senza attendere una risposta.  Che per caso ti va di uscire stasera?  
Billie si era trasferita nell’appartamento di Elena dopo che la famiglia per la quale lavorava l’aveva “lasciata andare”.  L’equivoco era nato per via dell’inglese traballante di Billie che aveva dato ad intendere alla famiglia di non essere felice con loro e che avrebbe preferito vivere con la sua amica in centro.  E fu così che Billie si presentò al lavoro di Elena carica di borsoni e un’espressione da scappata di casa.  “Elena, non ci crederai mai”, aveva sibilato con un filo di voce, saltellando da un piede all’altro e sfregandosi nervosamente le mani.  “M’hanno cacciata di casa” fu la frase successiva.  
Billie non ci mise molto per ambientarsi nell’appartamento di Elena.  £27.50 a testa alla settimana, la doccia in condivisione si trova al piano terra di fronte alla porta di ingresso di Pete e Larry.   Ogni sera verso le sei passava John di ritorno dal college per pettinarsi.  Aveva lasciato la spazzola sul nostro lavandino della cucina e i suoi vestiti in una borsa di plastica nera dell’immondizia dove li aveva infilati Noreen prima di buttarglieli in strada in un moto di stizza.  Un bel giorno John si ritrovò un messaggio affisso al portone d’ingresso “John, la tua spazzola sta galleggiando nel Liffey.  Se ti vuoi pettinanre, vai da Peter Mark.  P.S.: abbiamo dato i tuoi vestiti a Barnardo’s”.
La storia fra Billie e Larry era una di quelle tipo film hollywoodiano del dopoguerra.  Lui vuole lei, lei vuole lui: una storia impossibile.  Larry era bello come il sole e ricordava David Bowie stile Ziggy Stardust, compresa fila di denti da caimano e aria da sciupafemmine.  Billie si radeva le gambe con precisione svizzera nel caso lui facesse un’altra comparsa nel loro appartamento, come il giorno in cui si era presentato chiedendo se sapessero dov’era suo fratello.   
Billie, ti ricordi di quella volta che ti hanno fregato la giacca in discoteca con dentro le chiavi di casa?  E di quando siamo corse da Luca sulla pista da ballo per chiedergli se aveva esperienza nello scassinare porte?  E di quando lui e Brian hanno buttato giù i pannelli della porta e con nonchalance ci hanno chiesto se potevamo fargli una cup of tea? Abbiamo pochi soldi, io e Billie, quindi qualche volta Luigi segna sul conto.  Seguiamo una dieta rigorosa a base di cornflakes zuccheratissimi e latte (da assumersi preferibilmente tre volte al dì lontano dai pasti principali).   Non dobbiamo camminare chilometri io e Billie, abbiamo tutto sotto casa, dal chipper che impregna l'aria con l'odore di patatine fritte dalle sei del pomeriggio alle tre del mattino, alla discoteca abituale che rigurgita anime ebbre sul marciapiede dopo la chiusura.  La bottega di Patricia, donna corpulenta dai capelli giallo pannocchia con la crescita nera, é in Parnell Street, appena girato l'angolo.   La voglia di vivere é un fuoco che ti arde dentro, é una voce che ti dice ce la puoi fare. Camminare a piedi fino al Phoenix Park perche' il biglietto dell'autobus costa un'esagerazione.  Tornare a casa da sola anche a notte fonda, attraversando Constitution Hill, Phibsborough, la North Circular Road.  Felicitá e' trovare nove sterline nella tasca di una vecchia giaccia e potere comprare da mangiare.   Felicitá  é sapere che fai parte di questa esperienza di vita esaltante che é solo tua, che non hai copiato da nessuno, che hai brevettato e riporta il tuo nome in neretto.  George's Arcade dove si va a farsi leggere le carte o a farsi mettere l'anello all'ombelico.   Quell'anello per cui ci sono voluti quattro secondi per essere infilato e che ci ha regalato un’infezione e una cicatrice.


L’appartamento di Pete si trovava di fronte a quello di Elena.  Era stato creato dalla divisione dei due appartamenti e le varie stanze erano separate da muri divisori che si alzavano fino a due metri in contrasto con gli altissimi soffitti georgiani.  Pete e Larry lo avevano arredato con il gusto un pò chiassoso e volgare di due giovani scapoli: il barattolo stracolmo di preservativi nel frigorifero (conservare in luogo fresco e asciutto), la doccia intaccata da muschi e licheni e una collezione di tazze sporche disseminate sul pavimento del salotto.  Il divano era sdrucito e i muri erano stati ridipinti di fresco di rosso mattone.  I vecchi stucchi georgiani facevano capolino fra la polvere e un proiettore, perennemente acceso e puntato contro il soffitto, passava diapositive varianti da paesaggi lunari a mucche al pascolo.  Il letto di Larry si trovava in un angolo del salotto ma più che un letto era un giaciglio pulcioso visto che il materasso, appoggiato ad una pedana, proveniva da una discarica.  Il letto di Pete invece si trovava fra il salotto e la cucina, in un antro creato da due muri divisori.  C’era appena spazio per un letto singolo e per le calze che penzolavano tristemente da una lampadina spencolante dal soffitto precario.  Elena guardò l’orologio: le sei di mattina.  La luce penetrava dagli spessi tendoni di velluto e intorno a lei il russare degli ospiti rompeva quel silenzio indotto dalla combinazione soporifera di birra e fumo.  Elena si era stancamente scollata dal pavimento per tornare nella speranza di riuscire a dormire un paio d’ore prima di andare a lavorare.  “No, Pete, vado a casa”. Le  parole erano ancora sospese per aria come in un fumetto mentre percorreva la breve distanza fra i due appartamenti.  Billie la avrebbe aspettata in piedi e avrebbe preteso il resoconto della serata che avrebbe dovuto rimandare al tardo pomeriggio.  Si infilò sotto le coperte e Morfeo fece il resto ma non prima di...


- Elena...
- Uhm?
- Dormi?
- ‘zzo vuoi?
- Ma secondo te Mr. Ryan me la firma la lettera per prendere il sussidio?
- Mì, ancora?  Ma sei un flagello divino, per la quarantesima volta: sì!
- Elena...
- Eh?
- Secondo te ne se é andata la pantegana che abbiamo visto in cucina?
- Non é una pantegana, é un criceto.  É di Sandra, la tipa di Galway che abitava qui prima di me.  L’ha lasciato qui quando é andata a Londra col suo uomo.
- Minchia, giuro che se mi salta alla gola nel mezzo della notte lo do in pasto a Noreen quando rientra affamata dal pub!  Oh, mi canti Summer Time?   
- Vabbé, ma poi ti metti un arancino in bocca che ho solo un’ora di sonno prima di andare a lavorare.

“Elena, secondo me tu quello stronzo di Pete te lo devi solo dimenticare.  Non solo ci prova con te da quando ti sei trasferita qui, ma anche tutto ieri sera nonostante sappia che tu sei ancora fuori per lui e pur avendo la tipa.  Ti ha pure detto che la Jolanda o come cazzo si chiama é in vacanza in Norvegia per due settimane, ma che merda d’uomo é?  E poi é pure venuto a bussare alla tua porta, quando si dice avere la faccia come il culo!  Come sei stata oggi?  Sei ancora brasata?  Non ti ho nemmeno sentita uscire di casa.  Senti, non so come dirtelo ma stamattina, dopo che sei andata a lavorare, beh... é passato Pete.  Cercava te ed é rimasto sorpreso quando gli ho detto che eri riuscita a scollarti dal letto dopo ieri sera.  Io stavo lavando i piatti e lui I’ll dry, I’ll dry mi diceva facendo segno che voleva asciugarli.  Poi abbiamo cominciato a parlare di te ma me lo sentivo alle spalle.  Mi sono girata, ti prego, credimi, te lo giuro sulla Madonna, e lui ha fatto per baciarmi.  Cazzo, non mi guardare così, lo sapevo che non te lo dovevo dire.  Io mi sono scansata e gli ho chiesto “ma non hai la ragazza?” e lui ha detto qualcosa tipo “embé?” e io “do you love her?” al che lui mi ha guardata come se fossi cerebrolesa e ha biascicato qualcosa del tipo “sì, ma con te sarebbe una cosa così”.  Oh Lele, minchia, non fare così.  Ti faccio un sandwich al formaggio?”  




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Ultimo aggiornamento ( mercoledì 25 febbraio 2009 )
 
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