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Irlanda, Economia in Crisi: il Punto di Concetto La Malfa PDF Stampa E-mail
Scritto da Concetto La Malfa   

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Il prof. Concetto La Malfa
L'economia irlandese sta attraversando un periodo difficile. Dopo anni di crescita sfrenata, di enormi investimenti, di affitti alle stelle e di disoccupazione ai minimi storici, la crisi globale ha duramente colpito i capisaldi dello sviluppo economico irlandese. 

Oggi un giovane su tre, in età compresa tra i 20 e i 24 anni, è senza lavoro. Questa notizie, da sola, da un'idea della difficile situazione economica attuale di un paese che negli anni novanta fu la metà delle migrazioni europee e mondiali che richiamava persone di ogni genere, età e nazionalità, attratte dalla prospettiva di un lavoro ben pagato e tutelato.

La situazione economica non è delle migliori e la pesante congiuntura internazionale ha aggravato la situazione.

In questa lucida analisi il prof. Concetto La Malfa, economista, docente e scrittore residente a Dublino dal 1965 ripercorre le tappe dello sviluppo economico irlandese, ponendo l'accento sugli errori del passato, sulle difficoltà del presente e sulle prospettive aperte per il futuro. 

 

 

Il Punto Sull'Economia Irlandese

di Concetto La Malfa

La disoccupazione e il ripossesso di immobili

Mentre il numero di disoccupati si avvicina al mezzo milione (1 su 3 giovani dai 20 ai 24 anni è disoccupato) pari a circa il 25% della forza del lavoro o al 12% della popolazione, il governo e autorità bancarie irlandesi continuano ad emanare misure che, secondo gli esperti, sono destinate ad arginare la crisi e creare fiducia nella ripresa.

Esaminiamo alcune di queste misure.

Una di queste, fra le più recenti, riguarda  le diverse migliaia di persone in difficoltà nel ripagare gli esorbitanti mutui assunti per acquistare case a prezzi iperbolici  e assurdi durante il boom. A questi le banche, secondo direttive governative, hanno pensato di concedere un periodo di dodici mesi per negoziare un sistema meno doloroso di ripagamenti dei mutui, prima che le stesse banche procedano al ripossesso degli immobili. Dubbio il beneficio a lungo termine che gli interessati otterranno da tale misura. C’è proprio da credere che chi è in difficoltà a ripagare il mutuo oggi, perché ha perso il lavoro, troverà impiego fra dodici mesi?

Nel frattempo, alcune banche hanno annunciato di voler aumentare i tassi di interesse.
La chiusura di tanti negozi e ristoranti è dovuta, si sa,  al calo della clientela. Per questo detti locali sono costretti a risparmiare sui costi di gestione. Il più grosso di detti costi è l’affitto che, a causa della mancanza di un sia pur minimo sistema regolatorio da parte dello stato, è salito alle stelle durante gli anni del boom.

Ma alcuni proprietari, che in qualche caso sono le stesse famigerate banche, preferiscono assistere alla chiusura di esercizi commerciali con perdita di posti di lavoro, anziché concede ai loro affittuari una riduzione dell’affitto tale da permettergli di rimanere in attività.

La responsabilità dei sindacati

Mai come adesso i sindacati irlandesi hanno avuto così seria responsabilità.
Lo sciopero già attuato e quelli da attuare sono diretti a proteggere i loro iscritti del settore pubblico che hanno subito tagli nei loro salari. Dal punto di vista istituzionale i sindacati non possono far altro. Ma se insistono ad attuare quanto minacciato, le conseguenze per la boccheggiante economia irlandese potrebbero essere disastrose.

Ciò che manca a detti sindacati è la visione globale della situazione economica nazionale e la tendenza a volere l’uovo oggi anziché la gallina domani.
Non hanno capito, a parere di molti osservatori economici, o fanno finta di non capire, che il settore pubblico è stato per tanti anni, durante il periodo del boom economico irlandese il grande calderone in cui sono finite ingenti somme di denaro per aumenti salariali concessi dietro, per l’appunto, pressioni sindacali.

Quale risultato, infatti, i salari del settore pubblico sono triplicati nel giro di 12 anni, portandosi completamente fuori binario rispetto alla media europea. È naturale pertanto che il governo si trovi ora nella necessità di recuperare parte di dette spese pubbliche per cercare di risanare il pesante deficit nazionale.
Perché, invece, i sindacati non indicono scioperi per esigere il risanamento a monte  del bubbone economico e non a valle?

A monte c’è infatti è l’esorbitante costo della vita in questo Paese.  Ed è inutile che ci vogliono far capire che il costo della vita sta scendendo in Irlanda. Se lo è, è solo nella borsa delle spese alimentari.
Perché se il pane, il latte o la carne costano ora di meno, cosa dire di tutto il resto dei costi incidentali che ogni cittadino deve affrontare giornalmente o mensilmente.

La lista di questi costi è lunga, limitiamoci a considerarne alcuni come, ad esempio, gli affitti, i premi di assicurazione, i costi delle parcelle esatte da medici e soprattutto specialisti, dentisti, avvocati, commercialisti, fino a finire al costo dei parcheggi, delle sigarette, delle unità di chiamate al cellulare, ai servizi di trasporto, all’energia elettrica, al gas, al canone televisivo, al canone pagato a fornitori di network televisivi eccetera, eccetera.

Tra le altre misure governative è stata annunciata anche l’applicazione dell’IVA sulle tariffe dei parcheggi. Come se non fossero già cari abbastanza! Un modo come un altro per spillare più soldi ai cittadini utenti e sono anch’esse spese di ogni giorno.

Le dimissioni di George Lee

C’era una volta un corrispondente economico della televisione nazionale RTE che si chiamava George Lee. Lui e un suo collega economista di nome David MacWilliams, anch’egli economista in gamba, avevano predicato quattro anni circa prima del crollo dell’economia irlandese, che se non venivano prese misure per limitare gli eccessi di un’economia pazza, quale è stata quella irlandese nel periodo della cosiddetta Celtic Tigre, tutta l’impalcatura economica nazionale sarebbe crollata. Nessuno li ha ascoltati, ma i fatti gli hanno dato ragione.

George Lee, nove mesi or sono, lascia il suo incarico alla televisione e si presenta come candidato per il partito di opposizione Fine Gael. Viene eletto a pieni voti. Ma ahimè, il buon George si accorge che il suo idealismo orientato a serie riforme cozza contro la pratica politica di un partito che non ha una spina dorsale e che si limita a criticare il governo anziché intavolare concreti piani di riforma politico-economica ed insistere che vengano presi in considerazione,  anche a costo di generare un voto di sfiducia al governo.

In considerazione di ciò il buon George si dimette dal Fine Gael, scatenando un turbine di pettegolezzi e remore politiche che lo mettono in cattiva luce per aver disertato il partito che prometteva di portarlo ad una posizione ministeriale. Pochi considerano che George Lee ha avuto il coraggio di anteporre i suoi ideali al malcostume politico.

Questo straordinario evento dimostra che, nel momento in cui, c’è assoluto bisogno di un vero voltapagina sullo scenario politico ed economico del Paese, per addivenire i mutamenti necessari dettati da situazioni di estrema contingenza, non c’è vera volontà di farlo neanche da parte della cosiddetta opposizione.
 





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Ultimo aggiornamento ( giovedì 11 febbraio 2010 )
 
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