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Italia: laurea honoris causa in “Brain Drain” PDF Stampa E-mail
Scritto da Alessandra Campanari   

Fuga dei cervelli
Fuga dei cervelli
Fuga dei cervelli. Dal 2000 via dall’Italia oltre 330mila giovani per un costo economico di circa 200 milioni l’anno e altrettante perdite in termini di competitività nazionale

Che cos’è il Brain Drain?
Secondo l’Enciclopedia Britannica la “fuga dei cervelli” rappresenterebbe “l’abbandono di un paese a favore di un altro da parte di professionisti o persone con un alto livello di istruzione, generalmente in seguito all’offerta di condizioni migliori di paga o di vita”.
Insomma, niente di nuovo sul fronte italiano, soprattutto se si considera che l'Italia è sempre stata una terra di emigranti e l’emigrazione ha spesso caratterizzato la storia del nostro paese a partire dal grande esodo della seconda metà dell’Ottocento e fino agli anni 50’ del Novecento.
 
 
Ciò che desta, tuttavia, allarme sono le recenti e giovani fughe dei cervelli, veri e propri esodi generazionali diversi da quelli dei nostri antenati. Nelle valigie dei nuovi fuggitivi non ci sono pochi vestiti e qualche oggetto simbolo di una vita di stenti come quella dei nostri bisnonni e trisavoli, ma un bagaglio culturale eccellente, talento da vendere e ottima professionalità. L’emigrazione che sta caratterizzando il XXI secolo è un’emigrazione che potremmo definire colta e che nasce da una profonda sfiducia nei confronti del proprio paese di appartenenza, in questo caso dell’Italia. Ragazzi che espatriano più per scelta che per necessità o forse più semplicemente per una necessità di scelta, per il bisogno di potersi confrontare con un mondo del lavoro trasparente e meritocratico, una realtà che abbia voglia di scommettere sul loro giovane talento e non abbia paura di procedere ad un ricambio generazionale per far progredire la società.
 
Il fenomeno dell’espatrio dei giovani professionisti qualificati dall’Italia è, allora, un’emergenza nazionale, considerando anche il fatto che ad una fuga dei talenti non corrisponde uno “scambio di cervelli". Il Brain Exchange è infatti per definizione un flusso di risorse intellettuali tra due Paesi, con uno spostamento ben bilanciato da entrambe le parti. Per ogni cervello che esce dalla nazione, uno altrettanto qualificato ne entra, creando un bilanciamento alla pari in termini di capitale umano. Una definizione, questa, del tutto estranea al vocabolario italiano, nel cui alfabeto, sotto la parola “brain”, troviamo solo il corrispettivo “drain”.
 
Quelli che abbiamo davanti, ancora per poco, sono allora ragazzi delusi, arrabbiati, intrappolati in un sistema ingiusto; giovani precari, sempre più qualificati, e che lavorano per poche centinaia di euro al mese per poi magari sentirsi dire che sono la “parte peggiore d’Italia”. Com'è possibile tutto questo? Di quanto tempo ha ancora bisogno la nostra nazione per rendersi conto che l'esportazione di capitali intellettuali non rappresenta solo una perdita di persone e di denaro, ma che le innovazioni prodotte all'estero da cervelli italiani in fuga apparterranno ai paesi in cui sono state realizzate? Perché persiste questo totale disinteresse della politica italiana nei confronti della ricerca, causando non solo una fuga dei talenti made in Italy, ma rendendo l'Italia una meta poco ambita dai ricercatori stranieri? Eppure i datiparlano chiaro.
 
L’urgenza di rivedere le politiche economiche e di rilanciare una nuova proposta lavorativa è, o dovrebbe essere, all’ordine del giorno e come se non bastasse l'Italia vanta tristemente anche uno dei tassi di disoccupazione giovanile più alti d’Europa. Da dicembre 2010 il tasso è infatti salito al 29%, con un aumento di 0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 2,4 punti percentuali rispetto a dicembre 2009, segnando così un nuovo record negativo.
E non si cerchi di giustificare tali dati con la solita crisi economica. La Germania ad esempio, più colpita del nostro Bel-paese dalla crisi, ha iniziato nuovamente a crescere; lì i dati parlano di una disoccupazione ai minimi dal 1992.
 
L'esistenza di un disoccupato è una negazione al diritto di vivere peggiore della morte stessa, scrive Josè Ortega y Gasset e se è vero che i giovani sono il futuro di una nazione, iniziamo a riflettere seriamente su come poter fornire alle nuove generazioni, in quanto diritto e dovere, la possibilità di un lavoro direttamente proporzionale alla loro formazione professionale e personale, la libertà di dire no a un lavoro precario e spesso non appagante, di poter formare il loro futuro, lontani dalla paura costante di non poterselo permettere.Tutto questo e molto di più per evitare la fuga dei talenti italiani

E scusateci se poi ce ne andiamo all’estero.

 

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Ultimo aggiornamento ( marted́ 01 novembre 2011 )
 
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