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Perchè gli Irlandesi non capiscono l'Europa PDF Stampa E-mail
Scritto da Donato Altobelli   
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Il nuovo referendum sul trattato di Lisbona si avvicina, ed ancora si fa molta confusione sulle motivazioni che hanno spinto la maggioranza degli irlandesi a votare no lo scorso hanno, e che ne spingeranno di nuovo una gran parte, essendo l’esito attualmente molto incerto.
Visto dal continente il no a Lisbona può sembrare un tentativo di suicidio, dato che l’Irlanda è il paese che ha storicamente più beneficiato in termini economici delle politiche europee. Così si tende a far ricadere le responsabilità sulla disinformazione e sull’avversione degli irlandesi verso la loro classe politica, due fattori che hanno un grandissimo peso, ma che non costituiscono il cuore del problema, che va ricercato fra gli elementi culturali di questa Nazione e il suo modo di vedere l’Unione Europea.
La cultura Irlandese è quella di un popolo isolato: al contrario degli Inglesi, essi hanno sempre visto nel mare un ostacolo, in mezzo al quale l’Inghilterra colonialista ha costituito un ulteriore barriera rispetto all’Europa. Gli eventi svoltesi nel continente sono sempre stati visti da lontano, in primis le tragedie del XX secolo che noi poniamo alla base dell’ideale stesso dell’Unione Europea: l’Irlanda ha raggiunto la sua indipendenza tra le due guerre, e durante il secondo conflitto mondiale è rimasta neutrale. Così capita che gli Irlandesi abbiano vissuto l’intero processo europeo come un fenomeno prettamente economico, restando rinchiusi nel loro guscio nazionalista. Tutta la campagna euroscettica a ben vedere parla infatti del mito dell’indipendenza Irlandese, quell’indipendenza per secoli agognata e raggiunta a fatica: il tema della neutralità, quello fiscale, quello pacifista, la questione del peso del voto irlandese in Europa e addirittura il tema dell’aborto fanno parte della stessa mitologia indipendentista.
Il governo irlandese invece di avventurarsi in campagne informative dell’ultimo minuto avrebbe fatto bene a spiegare agli Irlandesi che non sono chiamati semplicemente a ratificare un trattato, ma a giudicare un’idea, un progetto di una costruzione politica transnazionale, in cui i popoli non entrano come nazioni, ma vi approdano per costruire una nuova polis. L’idea di un’Europa che trascenda gli Stati-nazione qui non è affatto arrivata, e si continua a credere nell’equivoco che il “gigante economico e nano politico” possa continuare a sopravvivere in eterno. Che questo sia impossibile, dalla guerra in Iraq alla crisi georgiana ne abbiamo avuto continue conferme. Ora non resta che sperare che il prossimo 2 ottobre, questo Paese non decreti la fine di quel progetto di pace nato dal sangue del secolo passato.




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Ultimo aggiornamento ( giovedì 10 settembre 2009 )
 
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